Quando non sai qual è la via del dovere, scegli la più difficile.
Breve storia, ambientata tra Genova
e Milano, tra la primavera e il Luglio del '44, in parte reale e in parte
romanzata: Montanelli spiega benissimo, sia nelle avvertenze iniziali che
nell'intervista finale, dove finisce la parte reale e dove inizia la parte di
fantasia: le polemiche che ci sono state in questo senso, per questa
commistione tra realtà e finzione, in parte ne capisco il motivo e tuttavia in
questo frangente non credo ci sia nulla da addebitare a Montanelli. Io
personalmente l'ho trovata una storia molto umana, non vi ho trovato né
revisionismo né tantomeno offese alla Resistenza o ai partigiani.
Se da una parte può turbare il fatto
che il nome di un manigoldo e spia figuri sulla lapide di Fossoli insieme ad
altri caduti ben più puri di lui; e se può turbare il fatto che proprio del
manigoldo qualcuno abbia cercato di farne un personaggio quasi a volerne
preservare e riabilitare la memoria; dall'altro lato restano comunque il fatto
che questo personaggio "è morto meglio, molto meglio di quanto era
vissuto" e che "l'unico
generale che si comportò fino all'ultimo da generale fu un generale
falso."; e infine il fatto che se uno scrive una storia ha diritto di
mescolare realtà e finzione come crede, spetterà al lettore poter dire 'mi
piace' o 'non mi piace'.
La storia di un uomo comune che da
riprovevole truffatore e spia collaborazionista si tramuta, inconsapevolmente,
per eccesso di immedesimazione o come per una sorta di istinto di profonda
umanità, in uno degli eroi della guerra civile: è stata pensata per la
scenografia del film di Rossellini, ed in effetti sembra già qui di leggere una
scenografia, tutto il racconto ha un tono e un impianto molto cinematografici.
Anche se non ho visto il film, ora è un po' come se lo avessi visto:
impossibile leggere queste pagine senza trovarsi davanti agli occhi Vittorio De
Sica. Montanelli nell'intervista afferma che per il film è stato scelto un
interprete del tutto sbagliato, ma io la penso esattamente all'opposto.
Questo racconto non sarà un
capolavoro al livello de "Il partigiano Johnny" o "Il
clandestino", ma il valore di questa lettura è in ogni caso in una
testimonianza, a cui non potrei dare meno di quattro stelle: al di là di quelle
che possono essere le parti inventate e le idee dell'autore, c'è la
testimonianza di un'atmosfera, di un importante momento storico, di un contesto
di grigiore e di paura e infine di tensione ad una rinascita, e mi ha suscitato
sensazioni perfettamente coerenti con altre letture dalla stessa ambientazione,
ad esempio "Uomini e no" di Vittorini che ho letto tanti anni fa, o
più di recente nel libro-intervista di Onorina Brambilla Pesce.
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