martedì 8 marzo 2016

Il generale Della Rovere - Indro Montanelli


Quando non sai qual è la via del dovere, scegli la più difficile.

Breve storia, ambientata tra Genova e Milano, tra la primavera e il Luglio del '44, in parte reale e in parte romanzata: Montanelli spiega benissimo, sia nelle avvertenze iniziali che nell'intervista finale, dove finisce la parte reale e dove inizia la parte di fantasia: le polemiche che ci sono state in questo senso, per questa commistione tra realtà e finzione, in parte ne capisco il motivo e tuttavia in questo frangente non credo ci sia nulla da addebitare a Montanelli. Io personalmente l'ho trovata una storia molto umana, non vi ho trovato né revisionismo né tantomeno offese alla Resistenza o ai partigiani.

Se da una parte può turbare il fatto che il nome di un manigoldo e spia figuri sulla lapide di Fossoli insieme ad altri caduti ben più puri di lui; e se può turbare il fatto che proprio del manigoldo qualcuno abbia cercato di farne un personaggio quasi a volerne preservare e riabilitare la memoria; dall'altro lato restano comunque il fatto che questo personaggio "è morto meglio, molto meglio di quanto era vissuto"  e che "l'unico generale che si comportò fino all'ultimo da generale fu un generale falso."; e infine il fatto che se uno scrive una storia ha diritto di mescolare realtà e finzione come crede, spetterà al lettore poter dire 'mi piace' o 'non mi piace'.



La storia di un uomo comune che da riprovevole truffatore e spia collaborazionista si tramuta, inconsapevolmente, per eccesso di immedesimazione o come per una sorta di istinto di profonda umanità, in uno degli eroi della guerra civile: è stata pensata per la scenografia del film di Rossellini, ed in effetti sembra già qui di leggere una scenografia, tutto il racconto ha un tono e un impianto molto cinematografici. Anche se non ho visto il film, ora è un po' come se lo avessi visto: impossibile leggere queste pagine senza trovarsi davanti agli occhi Vittorio De Sica. Montanelli nell'intervista afferma che per il film è stato scelto un interprete del tutto sbagliato, ma io la penso esattamente all'opposto.



Questo racconto non sarà un capolavoro al livello de "Il partigiano Johnny" o "Il clandestino", ma il valore di questa lettura è in ogni caso in una testimonianza, a cui non potrei dare meno di quattro stelle: al di là di quelle che possono essere le parti inventate e le idee dell'autore, c'è la testimonianza di un'atmosfera, di un importante momento storico, di un contesto di grigiore e di paura e infine di tensione ad una rinascita, e mi ha suscitato sensazioni perfettamente coerenti con altre letture dalla stessa ambientazione, ad esempio "Uomini e no" di Vittorini che ho letto tanti anni fa, o più di recente nel libro-intervista di Onorina Brambilla Pesce.

Nessun commento:

Posta un commento