Ogni volta che si legge una testimonianza dalla seconda guerra mondiale e
ci giunge una voce in diretta dal massacro, ogni volta si scopre che realtà
agghiaccianti sono lì, appena pochi passi dietro le nostre spalle (che cosa
sono sessanta o settant'anni? una bazzecola), eppure per me è sempre un po'
come la prima volta e non so mai bene con quali parole esporre il mio sgomento,
perché sull'argomento sono già stati spesi fiumi di parole, e al tempo stesso
sento che non si può spiegare a parole una tragedia incommensurabile. Quando
sono stata ad Auschwitz con la scuola, il preside mi tampinava perché ansioso
di sapere "…con quali parole esprimeresti questa esperienza?" ed io
ripensandoci sento ancora dentro di me la rabbia che non potevo comunicargli
per la stupidità della sua domanda, l'unica risposta possibile era soltanto
"ecchecca$$o, non ti accorgi che si sente ancora l'odore dei morti? Hai
bisogno anche delle parole?", ma questo ovviamente non gliel'ho detto.
L'esperienza vissuta dal pianista e
compositore Szpilman dal '39 al '45 è molto toccante; non altrettanto
prevedibile era di trovarla raccontata in modo così notevolmente pacato ed
equilibrato, ancor più se si considera che questo racconto autobiografico è
stato scritto a caldo nel '45.
Tema scottante, quello dell'umanità
dei tedeschi, già introdotto dalla Némirovsky nella "Suite francese":
e così come "Il generale Della Rovere" di Montanelli suscitò
polemiche in quanto il personaggio (in parte immaginato) di una spia rivela di
aver un suo lato eroico, allo stesso modo questo libro di Szpilman per tanti
anni è stato osteggiato in patria in quanto vi compare la figura di un tedesco
"buono" (questo assolutamente veritiero), che pur militando da quella
parte ha compiuto alcune buone azioni, tra le quali salvare la vita allo stesso
Szpilman. E colpisce anche leggere gli appunti-diario di questo ufficiale
tedesco, che aveva compreso l'abisso, e forse chissà quanti alti come lui, ma
sono rimasti isolati e silenziosi…
Un altro tema difficile che vi si
trova è quello della ribellione e della resistenza da parte degli ebrei: se da
una parte c'è la passività delle vittime ebraiche, costruita ad arte da parte
dei tedeschi, come spiega brillantemente Primo Levi ne "I sommersi e i
salvati", eppure dall'altra parte qui Szpilman testimonia che in tanti, a
suo tempo, nel ghetto, hanno pensato di ribellarsi e farsi forti della
superiorità numerica. Testimonia che una resistenza è stata comunque messa in
atto e dice a chiare lettere che da un certo momento in poi nessun ebreo era
più disposto a farsi prendere vivo. Sono tutte argomentazioni non secondarie, e
tuttavia lasciano il tempo che trovano perché con i 'se' e con i 'ma' la storia
non si fa.
Le quattro stelle esprimono la mia
valutazione per la prova letteraria; l'esperienza umana di certo ne merita a
migliaia. Mi ripropongo di provare ad ascoltare qualche sua composizione, credo
possa essere un omaggio migliore di tanti paroloni accorati.
Degno di nota anche il film di
Polanski, che rispetta il libro in tutto e per tutto senza aggiunta di inutili
fronzoli o sensazionalismi o fantasiose sovrastrutture - beh, a voler essere
precisi aggiunge solo un piccolo, perdonabilissimo ricamino.
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