Un romanzo alquanto sofisticato, più
da premio Strega che Campiello. Ricco di contenuti, trama semplice-semplice:
quarantaseienne che non regge più il proprio lavoro e l'ignoranza dei colleghi,
né la città dove vive, né il proprio fallimento come scrittore, e si sente
escluso dalla propria famiglia che pure ama, decide che l'elemento necessario
ad una svolta è comprarsi una casa in Friuli, terra natia della madre e dove
lui ha trascorso l'infanzia. La svolta arriverà? Sì e no: per certi aspetti si
può dire che il nostro protagonista passerà dalla padella alla brace.
Una storia ambientata negli anni '80
con atmosfere che sanno d'antico, ombre napoleoniche, ville e casolari
settecenteschi, the pomeridiani e musica da camera e ancora cose come
"recuperare quell'elemento oggi scaduto nella società contemporanea: la
conversazione". Al tempo stesso è la storia molto contemporanea di un uomo
disilluso e insoddisfatto, di una città di Roma proposta in un punto di vista
del tutto inedito e di un Friuli che sembra una dacia russa, con la grande
pianura finalmente descritta con grazia e affetto, e non ci sono solo bei
paesaggi ma anche splendidi interni di abitazioni rurali.
Il rapporto tra Marco e Antonia è
raccontato squisitamente, ha l'ardore e le paure degli innamoramenti tra
adolescenti, ma anche la tranquillità delle avventure vissute quando non si
pretende e nemmeno ci si aspetta nulla, ne da sé stessi né dagli altri.
Peccato per il finale un tantino
inconsistente che gli toglie qualche punto, ma nel complesso lettura ottima e
suggestiva.
"Non tanto il fatto di andarvi
o di abitarvi, ma la sola idea di possederla, li soccorreva nei giorni di noia
e di scirocco, suggerendo una nuova speranza alle poche novità che scandivano
la loro vita."
"La casa di Nord-Est più che
una casa era un deposito di illusioni"
"La casa era come un mare che
ritornava su se stesso e riappariva subito dopo. La casa cominciava
sempre."
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