Andante, non avvincente ma
ammaliante. Delicato e poetico al punto giusto. I racconti della Mancinelli
ambientati nel medioevo mi hanno sempre dato soddisfazione, e ora posso dire
altrettanto di questo che ha un'ambientazione più contemporanea. Come nel romanzo
di Maldini c'è una casa, al centro della storia, che deve rappresentare un
tempo, oltre che un luogo, per una svolta nella vita del protagonista. Solo che
qui la casa si fa più partecipe degli eventi, è una parte in causa
assolutamente attiva: questa particolarità può essere vista in chiave
semplicemente poetica, oppure può essere vista come un'allegoria della vita,
del fato che attende ogni uomo.
Il racconto nel suo complesso
trasmette un senso di dolce malinconia, è cosparso di accesi tramonti,
vegetazione campestre e dell'orto che al pari della casa sembra quasi dialogare
con i protagonisti; l'ho letto quasi tutto d'un fiato da stare qui nel mio
cortile, e devo ammettere che quando alzavo gli occhi dalle pagine per
guardarmi intorno, questa specie di orto vecchio stampo (in dialetto si dice
"la pèca") mi è apparso in una luce un po' diversa. E in ogni caso è
bello pensare ad una casa come ad un essere vivente: non proprio una persona
dotata di volontà e sentimenti, ma piuttosto una specie di vegetale, una sorta
di spugna che assorbe tutto quello che le passa dentro o attorno o accanto:
"Certo, quella non è una casa qualsiasi. E' una casa in cui si è molto
sofferto. E in cui qualcuno ha molto amato. […] E l'amore non è stato
compensato dalla gioia, come dovrebbe essere. Quella casa esige un
risarcimento."
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