giovedì 19 maggio 2016

La vita agra - Luciano Bianciardi


Pirotecnico come il García Marquez de "L'autunno del patriarca" ma con più punteggiatura, caleidoscopico come Eco ne "Il pendolo di Foucault" ma con più ironia. Dietro un tono scanzonato e una parvenza che hanno tutta l'aria di un divertissement, una cosa che lui stesso definisce "fare il verso a Querouaques", Bianciardi ha la stessa densità di un muro di mattoni pieni e mi fa un po' l'effetto di essere andata a sbatterci contro a 60 km/h: denso di temi, di lungimiranza, di vita reale, di ironia, di storia, di cultura e citazioni, di economia e società, di vita bohémienne… e ancora: la mercificazione della vita e dei desideri dell'uomo; l'alienazione come diretta conseguenza del capitalismo; la rassegnazione di una vita all'interno di questi ingranaggi; l'ipocondria; il settore terziario o "quartario" che somiglia sempre di più alla politica; la vita negli uffici italiani con capi, capetti e segretarie, dove "il metodo di successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere"; l'inquinamento; i supermercati e gli acquisti a rate; i venditori porta a porta; i medici che "sono sempre stregoni, stregoni cattolici per giunta"; ed ovviamente il celeberrimo boom economico, questo  presunto miracolo italiano che in effetti del miracolo non ha proprio nulla… il tutto senza una trama vera e propria: "direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un'ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla".

Ecco chiaramente un altro libro in cui penso di aver capito meno della metà di tutto quello che c'era da capire, ma va bene anche così. Anzi, credo che il libro sia fatto apposta per questo: per ogni singolo lettore c'è una citazione che solo lui o al massimo pochi altri possono acciuffare. Ad esempio, quanti di quelli che lo hanno letto sanno dov'è Piantonia senza andare a guardare Google maps?



Di cosa parla questo libro? Per una volta il retro di copertina ha colto nel segno: la contraddizione tra il desiderio di opporsi al sistema (politico, sociale, economico) per spaccare tutto, e il desiderio/bisogno di essere accettati dagli altri e dal sistema stesso: fare vita di sezione (del partito), fare vita di quartiere, entrare "in un certo giro" per migliorare la posizione lavorativa. E' uno stretto legame tra due situazioni opposte: per spaccare il sistema devi farne parte, e per farne parte devi accettare le sue regole e meccanismi, adeguarti sempre un po' fino a diventare una delle tante formichine che lo compongono e lo sostengono. Questa dicotomia è attualissima, forse ancor più oggi che negli anni '60 quando il libro è stato scritto. Ulteriore conferma, nel caso ce ne fosse bisogno, che non abbiamo fatto nessun passo avanti.



Non vado oltre le quattro stelle perché, al di là della feroce ironia, mi è sembrato di leggere un certo autocompiacimento. O forse, per esser del tutto sincera, non arrivo a cinque stelle perché ci sono tantissime, troppe somiglianze tra i pensieri qui esposti dall'autore e le cose che io sempre dico o a volte penso senza permettermi di dirle ad alta voce. A partire dalle sciocchezze e le manie ( l'odio per gli inutili cantieri nelle strade, il fastidio di avere gente per casa) per finire con gli argomenti di sostanza (il ritrovarsi a decantare i meriti di una decrescita felice, salvo poi dover ammettere che prima di questo odiato progresso eravamo un branco di cavernicoli pidocchiosi). E insomma, si sa che vedersi messi davanti a uno specchio non è mai bellissimo. Ma profondamente costruttivo. 

Nessun commento:

Posta un commento