Pirotecnico come il García Marquez
de "L'autunno del patriarca" ma con più punteggiatura, caleidoscopico
come Eco ne "Il pendolo di Foucault" ma con più ironia. Dietro un
tono scanzonato e una parvenza che hanno tutta l'aria di un divertissement, una
cosa che lui stesso definisce "fare il verso a Querouaques",
Bianciardi ha la stessa densità di un muro di mattoni pieni e mi fa un po'
l'effetto di essere andata a sbatterci contro a 60 km/h: denso di temi, di
lungimiranza, di vita reale, di ironia, di storia, di cultura e citazioni, di
economia e società, di vita bohémienne… e ancora: la mercificazione della vita
e dei desideri dell'uomo; l'alienazione come diretta conseguenza del
capitalismo; la rassegnazione di una vita all'interno di questi ingranaggi;
l'ipocondria; il settore terziario o "quartario" che somiglia sempre
di più alla politica; la vita negli uffici italiani con capi, capetti e
segretarie, dove "il metodo di successo consiste in larga misura nel
sollevamento della polvere"; l'inquinamento; i supermercati e gli acquisti
a rate; i venditori porta a porta; i medici che "sono sempre stregoni,
stregoni cattolici per giunta"; ed ovviamente il celeberrimo boom
economico, questo presunto miracolo
italiano che in effetti del miracolo non ha proprio nulla… il tutto senza una
trama vera e propria: "direte che questa è la storia di una nevrosi, la
cartella clinica di un'ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare
la perla".
Ecco chiaramente un altro libro in
cui penso di aver capito meno della metà di tutto quello che c'era da capire,
ma va bene anche così. Anzi, credo che il libro sia fatto apposta per questo:
per ogni singolo lettore c'è una citazione che solo lui o al massimo pochi
altri possono acciuffare. Ad esempio, quanti di quelli che lo hanno letto sanno
dov'è Piantonia senza andare a guardare Google maps?
Di cosa parla questo libro? Per una
volta il retro di copertina ha colto nel segno: la contraddizione tra il
desiderio di opporsi al sistema (politico, sociale, economico) per spaccare
tutto, e il desiderio/bisogno di essere accettati dagli altri e dal sistema
stesso: fare vita di sezione (del partito), fare vita di quartiere, entrare
"in un certo giro" per migliorare la posizione lavorativa. E' uno
stretto legame tra due situazioni opposte: per spaccare il sistema devi farne
parte, e per farne parte devi accettare le sue regole e meccanismi, adeguarti
sempre un po' fino a diventare una delle tante formichine che lo compongono e
lo sostengono. Questa dicotomia è attualissima, forse ancor più oggi che negli
anni '60 quando il libro è stato scritto. Ulteriore conferma, nel caso ce ne
fosse bisogno, che non abbiamo fatto nessun passo avanti.
Non vado oltre le quattro stelle
perché, al di là della feroce ironia, mi è sembrato di leggere un certo
autocompiacimento. O forse, per esser del tutto sincera, non arrivo a cinque
stelle perché ci sono tantissime, troppe somiglianze tra i pensieri qui esposti
dall'autore e le cose che io sempre dico o a volte penso senza permettermi di
dirle ad alta voce. A partire dalle sciocchezze e le manie ( l'odio per gli
inutili cantieri nelle strade, il fastidio di avere gente per casa) per finire
con gli argomenti di sostanza (il ritrovarsi a decantare i meriti di una
decrescita felice, salvo poi dover ammettere che prima di questo odiato
progresso eravamo un branco di cavernicoli pidocchiosi). E insomma, si sa che
vedersi messi davanti a uno specchio non è mai bellissimo. Ma profondamente
costruttivo.
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