lunedì 16 maggio 2016

Le tartarughe tornano sempre - Enzo Gianmaria Napolillo


Iniziato a leggere per cercare un po' di estate fantasticando delle spiagge di Lampedusa, e tutto sommato l'ho trovata. Lo stile della scrittura non è del tutto di mio gradimento, c'è troppa ricerca di poesia-ad-ogni-costo ad appesantirla. Nonostante questo, sono entrata abbastanza in sintonia con l'idea di base dell'autore e la sua lunghezza d'onda, e così quando sono riuscita a non farmi pesare troppo la ricerca forzata di stilemi poetici, ho iniziato a gustarmi la storia e i suoi personaggi. Una storia in verità un po' banalotta, ma che si lascia seguire piacevolmente con il susseguirsi di innumerevoli partenze e ritorni che cullano il lettore come un'onda: ambientata ai giorni nostri, con l'estate a Lampedusa che fa da contraltare all'inverno a Milano. Salvatore e Giulia, diciotto e diciassette anni, vivono la loro storia d'amore sin da quando sono bambini anche se tra loro di frappone la distanza tra le due location sopra citate, più la disapprovazione dei genitori di lei e tutte le difficoltà di contorno. Come diretta conseguenza dell'ambientazione lampedusana, nella storia si inserisce per forza di cose il tema dell'immigrazione proprio come lo stiamo vivendo ogni giorno - l'indifferenza di chi è lontano, il senso di impotenza di chi la vive da vicino -  sia riguardo i migranti che arrivano dalla Libia sui barconi, sia riguardo l'immigrazione interna da sud verso nord, con "La vita agra" di Bianciardi che viene citato più volte e che mi pare abbia ispirato molto l'autore. Peccato che i migranti provenienti dall'Africa, con la loro tragedia, rimangano poco più che uno sfondo rispetto la storia di Salvatore e Giulia: sì, le loro storie di disperazione saranno lo strumento attraverso il quale Salvatore ritroverà sé stesso, però manca una vera e propria interazione tra due mondi che invece anche nel romanzo, proprio come nella realtà, sono separati come compartimenti a tenuta stagna, e allora si può anche finire questa lettura con un briciolo di pessimismo e disillusione. Molto bello il passo che descrive le tartarughe, mi ha quasi commosso (e lì dove la poesia ci stava tutta e si poteva anche esagerare, l'autore si fa improvvisamente semplice e concreto).



"Giulia si china e accarezza il carapace duro e nodoso come legno. Pensa al tempo, ai milioni di anni che hanno visto le tartarughe vagare per gli oceani e alla loro fragilità, alla drastica diminuzione del numero di esemplari fino al pericolo di estinzione, […] guarda gli occhi vigili dell'animale, che ha riconosciuto il mare ed è pronto a farsi riabbracciare."

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