venerdì 27 maggio 2016

Per le antiche scale - Mario Tobino


Peccato per la copertina, Mirò non è tra i miei preferiti. E invece il titolo, che meraviglia, è già di per sé una poesia fatta e finita. Questo titolo nasce dalla consuetudine (suppongo tutta italiana) di ubicare gli ospedali psichiatrici in edifici anticamente adibiti a conventi e/o monasteri: non fa eccezione quello enorme che si trova nel paese dove sono nata, e nemmeno il manicomio di Lucca dove è ambientato il libro. E così l'atmosfera che si respira durante gli spostamenti del protagonista da un reparto all'altro, finisce per sembrare quella de "Il Signore degli Anelli":

"Lungo i secoli sulla cima del colle di Fregionaia si è formato un asserragliamento di muri, un intersecarsi di portici, fughe di corridoi…"; "L'ospedale ha anditi, ombre medievali, spesse mura"; "L'ospedale ha ancora voci, ombre, anfratti, freschi angoli del convento. Per giungere al reparto n. 2 vi sono gradini ripidi, color tabacco friato, incassati tra due muraglie, come conducessero alla clausura. E un dopopranzo scendeva Anselmo le antiche scale quando da un lungo corridoio… "; "Volava lo sguardo del dottor Anselmo scendendo i tre gradini che introducevano al reparto n. 3"; "Si accendevano le  lampade elettriche, si risalivano le scale verso i dormitori, in fila"; "…e prese la via del reparto n. 9, doveva fare visita anche a quello. Per arrivarci doveva scendere un lungo scalone; poi il corridoio giallognolo, di solito sempre deserto."; "il dottore si avviò con lei per i profondi scaloni"; "Anselmo attraversa anditi, androni, voragini di scale. Gira a destra, c'è la fuga delle celle; passa davanti a quella dove la Duranti si impiccò."; "E le sere che il dottor Anselmo restava in manicomio - risolto il breve pasto - si infilava il camice, apriva la grande porta, batteva i passi lungo il colonnato che fu una volta dei frati, ed era sulla via del bar, posto laggiù in fondo, tra le mura del reparto una volta chiamato 'agli Agitati' ".



Questa opera è la perfetta metà via tra il romanzo e la raccolta di racconti: i vari brani hanno protagonisti diversi e sono ambientati in epoche diverse a cavallo tra i ventennio e gli anni sessanta, ma hanno tutti in comune l'ambientazione - il manicomio di Lucca, appunto -  e il personaggio che funge da guida per il lettore: quello stesso dottor Anselmo con cui già ho potuto fare conoscenza ne "Il clandestino", e che altri non è se non l'alter ego dell'autore. Ma soprattutto, l'ordine in cui vengono proposti i pezzi consente al lettore di addentrarsi poco a poco nell'ambiente dell'ospedale psichiatrico: sono singoli episodi, ma tutti messi insieme hanno la sistematicità della trama di un romanzo.

Che squisita persona doveva essere Tobino: un medico raro, che sapeva scrivere così bene, e con tali sensibilità e capacità di osservazione, un'eccezione all'accolita di stregoni cattolici di Bianciardi. Non una fredda cronaca, non cartelle cliniche ma voci e atmosfere, tentativi di cogliere il significato vero del mistero che si nasconde dietro la mente umana, e l'illuminazione nello scoprire che se le parole pronunciate sono sconnesse, possono non esserlo il tono e il timbro delle voci e la luce negli occhi. "Per i giovani la follia è solo un misfatto della società, frutto di storte leggi, non una solenne misteriosa tragedia"; "Pare al dottore, per merito della Sercambi, di saperne un poco di più sulla follia: anch'essa assetata d'amore"; "la follia un invincibile drago"; "Però con la pazzia c'è sempre da temere. All'improvviso può battere le ali da pipistrello".

Dopo tanti anni trascorsi come medico, emerge forte il suo  desiderio di trattare questi pazienti come esseri umani, di essere innanzi tutto loro amico, "frequentarli con franchezza, da pari a pari". Potrà sembrare giusto o sbagliato, qualche volta un medico necessita di un certo distacco, comunque per quanto concerne questa lettura ho apprezzato tale presa di posizione di grande umanità.

Dunque 4 stelle per la sensibilità, la comprensione e la poesia. Sarebbe qualcosina di meno per il realismo: l'aspetto carcerario dei manicomi rimane parecchio in ombra, sappiamo che sono stati luoghi di indicibili torture ma in questi racconti esse non emergono se non molto vagamente, ci sono le angosce psicologiche ma mancano quasi del tutto quelle psicofisiche o meramente fisiche. È pur vero che questa vuole essere un'opera letteraria, non un saggio né un testo scientifico, e quindi sta al lettore cercare di comprendere la scelta, da parte dell'autore, di trattare un solo aspetto (quello più poetico) di un grande tema che eventualmente potrà richiedere ulteriori approfondimenti.

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