Peccato per la copertina, Mirò non è
tra i miei preferiti. E invece il titolo, che meraviglia, è già di per sé una
poesia fatta e finita. Questo titolo nasce dalla consuetudine (suppongo tutta
italiana) di ubicare gli ospedali psichiatrici in edifici anticamente adibiti a
conventi e/o monasteri: non fa eccezione quello enorme che si trova nel paese
dove sono nata, e nemmeno il manicomio di Lucca dove è ambientato il libro. E
così l'atmosfera che si respira durante gli spostamenti del protagonista da un reparto
all'altro, finisce per sembrare quella de "Il Signore degli Anelli":
"Lungo i secoli sulla cima del
colle di Fregionaia si è formato un asserragliamento di muri, un intersecarsi
di portici, fughe di corridoi…"; "L'ospedale ha anditi, ombre
medievali, spesse mura"; "L'ospedale ha ancora voci, ombre, anfratti,
freschi angoli del convento. Per giungere al reparto n. 2 vi sono gradini
ripidi, color tabacco friato, incassati tra due muraglie, come conducessero
alla clausura. E un dopopranzo scendeva Anselmo le antiche scale quando da un
lungo corridoio… "; "Volava lo sguardo del dottor Anselmo scendendo i
tre gradini che introducevano al reparto n. 3"; "Si accendevano
le lampade elettriche, si risalivano le
scale verso i dormitori, in fila"; "…e prese la via del reparto n. 9,
doveva fare visita anche a quello. Per arrivarci doveva scendere un lungo
scalone; poi il corridoio giallognolo, di solito sempre deserto.";
"il dottore si avviò con lei per i profondi scaloni"; "Anselmo
attraversa anditi, androni, voragini di scale. Gira a destra, c'è la fuga delle
celle; passa davanti a quella dove la Duranti si impiccò."; "E le
sere che il dottor Anselmo restava in manicomio - risolto il breve pasto - si
infilava il camice, apriva la grande porta, batteva i passi lungo il colonnato
che fu una volta dei frati, ed era sulla via del bar, posto laggiù in fondo,
tra le mura del reparto una volta chiamato 'agli Agitati' ".
Questa opera è la perfetta metà via
tra il romanzo e la raccolta di racconti: i vari brani hanno protagonisti
diversi e sono ambientati in epoche diverse a cavallo tra i ventennio e gli
anni sessanta, ma hanno tutti in comune l'ambientazione - il manicomio di
Lucca, appunto - e il personaggio che
funge da guida per il lettore: quello stesso dottor Anselmo con cui già ho
potuto fare conoscenza ne "Il clandestino", e che altri non è se non
l'alter ego dell'autore. Ma soprattutto, l'ordine in cui vengono proposti i
pezzi consente al lettore di addentrarsi poco a poco nell'ambiente
dell'ospedale psichiatrico: sono singoli episodi, ma tutti messi insieme hanno
la sistematicità della trama di un romanzo.
Che squisita persona doveva essere
Tobino: un medico raro, che sapeva scrivere così bene, e con tali sensibilità e
capacità di osservazione, un'eccezione all'accolita di stregoni cattolici di
Bianciardi. Non una fredda cronaca, non cartelle cliniche ma voci e atmosfere,
tentativi di cogliere il significato vero del mistero che si nasconde dietro la
mente umana, e l'illuminazione nello scoprire che se le parole pronunciate sono
sconnesse, possono non esserlo il tono e il timbro delle voci e la luce negli
occhi. "Per i giovani la follia è solo un misfatto della società, frutto
di storte leggi, non una solenne misteriosa tragedia"; "Pare al
dottore, per merito della Sercambi, di saperne un poco di più sulla follia:
anch'essa assetata d'amore"; "la follia un invincibile drago";
"Però con la pazzia c'è sempre da temere. All'improvviso può battere le
ali da pipistrello".
Dopo tanti anni trascorsi come
medico, emerge forte il suo desiderio di
trattare questi pazienti come esseri umani, di essere innanzi tutto loro amico,
"frequentarli con franchezza, da pari a pari". Potrà sembrare giusto
o sbagliato, qualche volta un medico necessita di un certo distacco, comunque
per quanto concerne questa lettura ho apprezzato tale presa di posizione di
grande umanità.
Dunque 4 stelle per la sensibilità,
la comprensione e la poesia. Sarebbe qualcosina di meno per il realismo:
l'aspetto carcerario dei manicomi rimane parecchio in ombra, sappiamo che sono
stati luoghi di indicibili torture ma in questi racconti esse non emergono se
non molto vagamente, ci sono le angosce psicologiche ma mancano quasi del tutto
quelle psicofisiche o meramente fisiche. È pur vero che questa vuole essere
un'opera letteraria, non un saggio né un testo scientifico, e quindi sta al
lettore cercare di comprendere la scelta, da parte dell'autore, di trattare un
solo aspetto (quello più poetico) di un grande tema che eventualmente potrà
richiedere ulteriori approfondimenti.
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