domenica 5 giugno 2016

Le isole del Paradiso - Stanislao Nievo


Romanzo di avventura ma anche romanzo storico con una scrittura eccellente; si pone ottimamente sulla scia di Melville, Conrad e Stevenson, certo non proprio a quelle altezze, ma con un tocco di nostranità molto apprezzabile in quanto di solito i romanzi con le grandi avventure ambientate nei mari del sud nella seconda metà del XIX sec vedono sempre protagonisti gli inglesi o al massimo i francesi, qui invece si incontrano alcune famiglie venete e un misterioso istriano.



La grande avventura, comunque, in questo caso, altro non è se non una grande attualità, ovvero un'emigrazione: la colonizzazione di un'isola dell'arcipelago Bismark, per personaggi come il marchese de Rays o la creola Emma Coe rappresenta un'occasione di rilancio e di miglioramento di una posizione già ottima sia economicamente che socialmente (uno aspira a essere nominato re Charles I e l'altra già la chiamano Queen Emma), ma per dei contadini veneti come Angelo e Lucia si tratta di trovare una vita più umana e smetter di spaccarsi la schiena sulla terra, andare alla ricerca di un'uguaglianza che non hanno nemmeno il coraggio di immaginare esplicitamente, lasciarsi alle spalle la pellagra e le inondazioni per andare a cercare un futuro con un po' di benessere. Sono disposti al sacrificio, non fanno che ripetersi che "si impara con le lacrime", tutto quello che loro desiderano è una "…nuova vita, forse felice. Che importava se qualcuno li poteva un po' sfruttare in questa impresa, se alcuni di loro non ce l'avevano fatta e altri non ce l'avrebbero fatta. Era il destino degli emigranti che imparano tutto con le lacrime, dicevano. […] Questa è gente che ha sempre lavorato e sofferto sotto ogni padrone, ad ogni latitudine. Il gioco vale la candela per loro, se questa arde abbastanza per illuminare il loro porto […] Questa è forse per loro la prima felicità per cui tutto può essere tentato, rischiato, anche la vita."

Non manca una certa attenzione all'aspetto psicologico dell'emigrazione: si sottolinea la differenza tra quelli che mettono energia e ottimismo nella nuova impresa, e coloro che invece si lasciano andare all'abulia, alla rassegnazione e alla disgregazione: "La maggior parte degli emigrati sperava nel futuro e lavorava, altri vegetavano sopraffatti da ignavia e disperazione."

Anche in questa migrazione, come in quelle odierne, c'è chi vuole guadagnare sulla pelle dei disperati e sa organizzare bene i propri affari. Un altro aspetto attuale è quello che riguarda la cronaca e la diffusione delle informazioni: ci sono quelli che tornano indietro perché hanno trovato un inferno invece di un paradiso, e quelli che si rifiutano di credere alle difficoltà raccontate da questi reduci e sono convinti di volere partire a loro volta.



La trama è nebulosa-misteriosa dall'inizio alla fine, ma il gusto dell'avventura non ne risente. C'è molta coralità, non dei veri e propri protagonisti ma numerosi personaggi che si raccontano gli uni le storie degli altri. Nelle prime cento pagine la voce narrante, corale e onnisciente, espone gli eventi  secondo gli europei colonizzatori, poi inizia a capovolgere il punto di vista e inizia a narrare anche secondo le popolazioni native che si sono viste arrivare dall'occidente questi strani uomini bianchi, e questi sbarchi rappresentano per loro, nel bene o nel male, la fine della preistoria; e poi sembra quasi voler ricominciare il racconto daccapo per riguardarlo da un nuovo punto di vista, ancora più generico, il punto di vista della storia e della natura. E infine, per arrivare a completare il quadro, la voce narrante scende in campo e lo stesso Nievo diventa protagonista della storia nei panni di se stesso.

Il personaggio di Emma Coe mi ha ricordato un po' Rossella O'Hara, è un'opportunista ma bisogna ammettere che se la sa cavare nel migliore dei modi, e allora mi sono resa conto che nella storia di queste migrazioni e colonizzazioni la morale è che chi ce l'ha fatta è perché ha saputo capire e sentire lo spirito di quei luoghi, ha saputo adattare la sua sensibilità e la sua visione del mondo a quello che una natura così potente richiedeva, e diventare nell'animo un po' nativo anche lui. Altra morale è anche che una vera integrazione non c'è, né mai ci sarà, purtuttavia la commistione tra oriente e occidente è più intricata di quel che si potrebbe credere in un primo momento.

"Ma in questa lunga storia non erano mai gli uomini ad aver l'ultima parola. C'era qualcosa di più grande. Era stata una cascata ad aprire l'avventura, terremoti e vulcani a contrappuntarla, foreste e clima a condurla, cocchi e uccelli del paradiso a dipingere il panorama. Fu ancora un atto di Dio, come si chiamano legalmente i grandi fenomeni naturali, a sbloccarla. Il 10 dicembre 1881, verso mezzogiorno, l'oceano si quietò di colpo nel suo moto instancabile. Sopra, il cielo si tinse di nero. I segni del ciclone."

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