Romanzo di avventura ma anche
romanzo storico con una scrittura eccellente; si pone ottimamente sulla scia di
Melville, Conrad e Stevenson, certo non proprio a quelle altezze, ma con un
tocco di nostranità molto apprezzabile in quanto di solito i romanzi con le
grandi avventure ambientate nei mari del sud nella seconda metà del XIX sec
vedono sempre protagonisti gli inglesi o al massimo i francesi, qui invece si
incontrano alcune famiglie venete e un misterioso istriano.
La grande avventura, comunque, in
questo caso, altro non è se non una grande attualità, ovvero un'emigrazione: la
colonizzazione di un'isola dell'arcipelago Bismark, per personaggi come il
marchese de Rays o la creola Emma Coe rappresenta un'occasione di rilancio e di
miglioramento di una posizione già ottima sia economicamente che socialmente
(uno aspira a essere nominato re Charles I e l'altra già la chiamano Queen
Emma), ma per dei contadini veneti come Angelo e Lucia si tratta di trovare una
vita più umana e smetter di spaccarsi la schiena sulla terra, andare alla
ricerca di un'uguaglianza che non hanno nemmeno il coraggio di immaginare
esplicitamente, lasciarsi alle spalle la pellagra e le inondazioni per andare a
cercare un futuro con un po' di benessere. Sono disposti al sacrificio, non
fanno che ripetersi che "si impara con le lacrime", tutto quello che
loro desiderano è una "…nuova vita, forse felice. Che importava se
qualcuno li poteva un po' sfruttare in questa impresa, se alcuni di loro non ce
l'avevano fatta e altri non ce l'avrebbero fatta. Era il destino degli
emigranti che imparano tutto con le lacrime, dicevano. […] Questa è gente che
ha sempre lavorato e sofferto sotto ogni padrone, ad ogni latitudine. Il gioco
vale la candela per loro, se questa arde abbastanza per illuminare il loro
porto […] Questa è forse per loro la prima felicità per cui tutto può essere
tentato, rischiato, anche la vita."
Non manca una certa attenzione
all'aspetto psicologico dell'emigrazione: si sottolinea la differenza tra
quelli che mettono energia e ottimismo nella nuova impresa, e coloro che invece
si lasciano andare all'abulia, alla rassegnazione e alla disgregazione:
"La maggior parte degli emigrati sperava nel futuro e lavorava, altri
vegetavano sopraffatti da ignavia e disperazione."
Anche in questa migrazione, come in
quelle odierne, c'è chi vuole guadagnare sulla pelle dei disperati e sa
organizzare bene i propri affari. Un altro aspetto attuale è quello che
riguarda la cronaca e la diffusione delle informazioni: ci sono quelli che
tornano indietro perché hanno trovato un inferno invece di un paradiso, e
quelli che si rifiutano di credere alle difficoltà raccontate da questi reduci
e sono convinti di volere partire a loro volta.
La trama è nebulosa-misteriosa
dall'inizio alla fine, ma il gusto dell'avventura non ne risente. C'è molta
coralità, non dei veri e propri protagonisti ma numerosi personaggi che si
raccontano gli uni le storie degli altri. Nelle prime cento pagine la voce
narrante, corale e onnisciente, espone gli eventi secondo gli europei colonizzatori, poi inizia
a capovolgere il punto di vista e inizia a narrare anche secondo le popolazioni
native che si sono viste arrivare dall'occidente questi strani uomini bianchi,
e questi sbarchi rappresentano per loro, nel bene o nel male, la fine della
preistoria; e poi sembra quasi voler ricominciare il racconto daccapo per
riguardarlo da un nuovo punto di vista, ancora più generico, il punto di vista
della storia e della natura. E infine, per arrivare a completare il quadro, la
voce narrante scende in campo e lo stesso Nievo diventa protagonista della
storia nei panni di se stesso.
Il personaggio di Emma Coe mi ha
ricordato un po' Rossella O'Hara, è un'opportunista ma bisogna ammettere che se
la sa cavare nel migliore dei modi, e allora mi sono resa conto che nella
storia di queste migrazioni e colonizzazioni la morale è che chi ce l'ha fatta
è perché ha saputo capire e sentire lo spirito di quei luoghi, ha saputo
adattare la sua sensibilità e la sua visione del mondo a quello che una natura
così potente richiedeva, e diventare nell'animo un po' nativo anche lui. Altra
morale è anche che una vera integrazione non c'è, né mai ci sarà, purtuttavia
la commistione tra oriente e occidente è più intricata di quel che si potrebbe
credere in un primo momento.
"Ma in questa lunga storia non
erano mai gli uomini ad aver l'ultima parola. C'era qualcosa di più grande. Era
stata una cascata ad aprire l'avventura, terremoti e vulcani a contrappuntarla,
foreste e clima a condurla, cocchi e uccelli del paradiso a dipingere il
panorama. Fu ancora un atto di Dio, come si chiamano legalmente i grandi
fenomeni naturali, a sbloccarla. Il 10 dicembre 1881, verso mezzogiorno,
l'oceano si quietò di colpo nel suo moto instancabile. Sopra, il cielo si tinse
di nero. I segni del ciclone."
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