sabato 11 giugno 2016

La lunga vita di Marianna Ucrìa - Dacia Maraini

Romanzo dolcemente malinconico, un canto d'amore per la propria terra, un bel personaggio femminile amante della cultura e dei libri, davvero notevole e interessante il modo in cui, in questo romanzo, la storicità si interseca e si incastra con il suo essere autobiografico, il sordomutismo della duchessa protagonista a rappresentare, evidentemente, una situazione di forte incomunicabilità oltre che una spiccata sensibilità verso tutto ciò che la circonda. Al senso del diario e della biografia contribuisce anche la linea temporale discontinua che si concentra su particolari eventi o istanti, distanziati di alcuni mesi o anni l'uno dall'altro. Ambientato nella Sicilia del XVIII sec, sono azzeccati i paragoni di chi lo affianca a De Roberto, Tomasi di Lampedusa o Verga: in effetti vi si ritrovano agilmente non solo le atmosfere ma anche svariati dettagli de "I Viceré": le questioni di famiglia con l'etichetta e con l'araldica, le questioni di eredità con chi è pro e chi è contro il maggiorasco, i palazzi in centro a Palermo e le grandi ville tra gli uliveti nelle campagne, la famiglia riunita nella sala gialla, un figlio maggiore che non si vuole sposare ma vuole studiare e dedicarsi alla politica ed entrare così nell'era contemporanea, i figli cadetti avviati alle carriere ecclesiastiche. E le atmosfere siciliane - specialmente quelle campestri - mirabilmente ricostruite, riportano la mente direttamente alle immagini del film di Visconti. La condizione femminile dell'epoca viene osservata in modo piuttosto obiettivo, la duchessa si pone dei dubbi in quanto donna di carattere, ma non le si attribuiscono prese di posizione anacronistiche né atteggiamenti da eroina come invece capita in altri romanzi storici con protagoniste femminili. La storia d'amore non stona ma non è delle più emozionanti. Qualche spunto di riflessione filosofica condisce Storia e trama senza appesantire. Il finale: dal punto di vista narrativo va perdendo un po' di tensione rispetto il buon ritmo dei primi capitoli, ma dal punto di vista storico è un eccellente e malinconico preludio a tutto quello che verrà dopo, ed è perfettamente a tono con quanto è stato raccontato da Striano ne "Il resto di niente" e dai già citati De Roberto e Tomasi di Lampedusa.

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