"Currado e Ruggero continuavano
a ripetere che […] dovevo farmi muratore. "Ormai sei grande, tieni tredici
anni compiuti!" ripetevano. Una frase che se la dici oggi chiamano il
Telefono Azzurro."
Com'è che ultimamente mi ritrovo
così spesso a leggere storie di immigrazione? Forse la risposta è banale:
affinché ci sia una storia da raccontare, deve accadere qualcosa, e un
accadimento tipico è quando qualcuno si sposta da un luogo ad un altro. In questo
caso, poi, un ragazzino siciliano che nel '59 lascia il proprio paesino per
andare a trovare lavoro a Milano, è una storia che nasce per conseguenza
neanche tanto indiretta di quel che si racconta nel romanzo della Maraini che
ho appena terminato. La morale, anzi la non-morale, è invece la stessa di
Bianciardi - e in effetti il racconto si svolge negli stessi anni: se uno
arriva a Milano con l'intenzione di spaccare il mondo e poi finisce impastoiato
nei lacci di una grigia quotidianità, è più colpa sua o del sistema? Qui se ne
parla con un raccontino lievissimo, sarà per via del fatto che è tutto narrato
dal punto di vista del ragazzino Ninetto Giacalone a nove anni: la voce
narrante sarebbe lui cinquantasettenne che ricorda, purtuttavia c'è l'immedesimazione
in sé stesso giovane, e c'è anche il fatto che si tratta di una persona che non
ha studiato e dunque mantiene anche da adulto un linguaggio alquanto infantile
- e comunque mai petulante come invece accade per altri piccoli protagonisti
dei romanzi. L'intreccio tra i due tempi della narrazione - Ninetto bambino e
Ninetto quasi sessantenne - mi è molto piaciuto. Storia assolutamente
realistica oltre che attuale, l'autore l'ha costruita dopo aver tenuto numerose
conversazioni con persone che da giovanissimi sono emigrati dal sud verso il
nord: e dunque nonostante la lievità dei toni, si avverte assolutamente il peso
dei temi e delle testimonianze, la fatica della miseria e l'entusiasmo per una
nuova avventura che inizia, l'amore e le amicizie, ma soprattutto l'alienazione
del lavoro in fabbrica, l'amarezza dello spirito che vorrebbe abbandonare lo
squallore e il grigiore per ritrovare un po' di calore e colori di cui
nutrirsi.
"L'ultimo arrivato" perché
così si sente il protagonista: "Comunque, ho finito di leggere Lo
Straniero. Forse ne comincerò un altro, ma so già che meglio di questo non ne
troverò. Anche io sono straniero. Reietto e squalificato a vita. Anch'io sento
che le ragioni non esistono e che quelle poche che si possono trovare le so
spiegare solamente in una lingua che gli altri non intendono."
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