mercoledì 31 agosto 2016

Ninfa plebea - Domenico Rea


Poteva  essere uno di quei premi strega da "eccellente", se ci fosse stata un po' più di sostanza, sia in termini quantitativi che di narrazione. Molto ben scritto e molto ben costruito, il racconto descrive con pennellate rapide il medioevo degli anni trenta e quaranta, ricchi e nobili da una parte e plebei dall'altra, nella provincia di una Campania che all'epoca aveva ancora un aspetto "felix", dove ogni ortaggio e ogni pietanza tipica sembrano avere proprietà afrodisiache, con una protagonista che è figlia e vittima del suo ceto e del suo tempo, e con un popolino totalmente e unicamente preso dalla soddisfazione dei bisogni primari: cibo, sesso e religione. Talmente medioevo che i protagonisti di questa storia nulla sanno della guerra: i militari sono presenti in tutto il racconto giusto perché c'è una folta guarnigione di stanza proprio lì in paese e i genitori della protagonista sono sarti per i militari, e non mancano nemmeno le camicie nere svolgenti le loro consuete mansioni, tuttavia non si menzionano bombardamenti, né oscuramenti, né sbarchi di americani, né borsa nera o penuria di generi vari, né disertori né partigiani, niente di niente: e così nel bel mezzo della lettura mi ritrovo catapultata nella primavera del '44 quando ancora mi credevo a cavallo tra il '39 e il '40. Solo a questo punto del racconto, a pagina 123, la guerra viene introdotta con un impacciatissimo "Nel periodo finale delle disavventure di Miluzza, in Italia si era entrati in guerra…", e ne verrà congedata ancor più sbrigativamente a pagina 144: "Il settembre del '45 avanzava a grandi giornate". Capisco bene l'intento dell'autore: la povera gente all'epoca era ignorante, non conosceva il nome dei paesini a poca distanza dal proprio, figuriamoci saperne qualcosa della congiuntura internazionale. Però allora non torna il conto con il fatto che la stessa protagonista si ritrovi a dire con aria saputa "I tedeschi sono dei disgraziati". E poi, tra i personaggi del racconto, non ci sono solo i poveracci ma anche imprenditori, avvocati, gente di successo, gente che pur venendo dal paesino, giunge spesso a Napoli per affari o per svago: con questi come la mettiamo? Perché nemmeno costoro sono spaventati o almeno un poco disagiati per via del conflitto?

Osservando il racconto più in generale: appurato che non intende essere sul genere romanzo storico o neorealista, oscilla stranamente tra passaggi di verismo, ombre boccaccesche e accenni fiabeschi.

Inizialmente non ho provato molta empatia per questa ragazzina che è ancor meno che ingenua, in realtà è poco più di una bestia, e nemmeno per i suoi spasimanti - uomini e donne - che si innamorano follemente di lei al primo sguardo, per nulla schifati ma anzi ulteriormente attratti dal lato plebeo di questa ninfetta, si innamorano punto e basta, in una specie di carosello alla maniera di "Tutti pazzi per Mary". 

Proseguendo con la lettura, subentra un tono che vuol quasi assumere il carattere di romanzo di formazione: una formazione dolorosa che passerà attraverso tutti i cliché cui una ragazza di povere origini deve sottostare, e infine anche attraverso una guerra, per quanto stranamente sbrigativa. Il lietofine addolcisce il tutto con un tocco di sapore fiabesco, ricongiungendosi con l'inizio che introduceva la protagonista con tale presentazione: "Per un punto Miluzza non fu principessa", facendosi perdonare un poco le incongruenze storico-narrative ma posizionando il romanzo - a mio modesto avviso - decisamente un gradino al di sotto delle sue originali potenzialità.

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