Poteva essere uno di quei premi strega da
"eccellente", se ci fosse stata un po' più di sostanza, sia in
termini quantitativi che di narrazione. Molto ben scritto e molto ben
costruito, il racconto descrive con pennellate rapide il medioevo degli anni
trenta e quaranta, ricchi e nobili da una parte e plebei dall'altra, nella
provincia di una Campania che all'epoca aveva ancora un aspetto
"felix", dove ogni ortaggio e ogni pietanza tipica sembrano avere
proprietà afrodisiache, con una protagonista che è figlia e vittima del suo
ceto e del suo tempo, e con un popolino totalmente e unicamente preso dalla
soddisfazione dei bisogni primari: cibo, sesso e religione. Talmente medioevo
che i protagonisti di questa storia nulla sanno della guerra: i militari sono
presenti in tutto il racconto giusto perché c'è una folta guarnigione di stanza
proprio lì in paese e i genitori della protagonista sono sarti per i militari,
e non mancano nemmeno le camicie nere svolgenti le loro consuete mansioni,
tuttavia non si menzionano bombardamenti, né oscuramenti, né sbarchi di
americani, né borsa nera o penuria di generi vari, né disertori né partigiani,
niente di niente: e così nel bel mezzo della lettura mi ritrovo catapultata
nella primavera del '44 quando ancora mi credevo a cavallo tra il '39 e il '40.
Solo a questo punto del racconto, a pagina 123, la guerra viene introdotta con
un impacciatissimo "Nel periodo finale delle disavventure di Miluzza, in
Italia si era entrati in guerra…", e ne verrà congedata ancor più
sbrigativamente a pagina 144: "Il settembre del '45 avanzava a grandi
giornate". Capisco bene l'intento dell'autore: la povera gente all'epoca
era ignorante, non conosceva il nome dei paesini a poca distanza dal proprio,
figuriamoci saperne qualcosa della congiuntura internazionale. Però allora non
torna il conto con il fatto che la stessa protagonista si ritrovi a dire con
aria saputa "I tedeschi sono dei disgraziati". E poi, tra i
personaggi del racconto, non ci sono solo i poveracci ma anche imprenditori,
avvocati, gente di successo, gente che pur venendo dal paesino, giunge spesso a
Napoli per affari o per svago: con questi come la mettiamo? Perché nemmeno costoro
sono spaventati o almeno un poco disagiati per via del conflitto?
Osservando il racconto più in
generale: appurato che non intende essere sul genere romanzo storico o
neorealista, oscilla stranamente tra passaggi di verismo, ombre boccaccesche e
accenni fiabeschi.
Inizialmente non ho provato molta
empatia per questa ragazzina che è ancor meno che ingenua, in realtà è poco più
di una bestia, e nemmeno per i suoi spasimanti - uomini e donne - che si
innamorano follemente di lei al primo sguardo, per nulla schifati ma anzi
ulteriormente attratti dal lato plebeo di questa ninfetta, si innamorano punto
e basta, in una specie di carosello alla maniera di "Tutti pazzi per
Mary".
Proseguendo con la lettura, subentra
un tono che vuol quasi assumere il carattere di romanzo di formazione: una
formazione dolorosa che passerà attraverso tutti i cliché cui una ragazza di
povere origini deve sottostare, e infine anche attraverso una guerra, per
quanto stranamente sbrigativa. Il lietofine addolcisce il tutto con un tocco di
sapore fiabesco, ricongiungendosi con l'inizio che introduceva la protagonista
con tale presentazione: "Per un punto Miluzza non fu principessa",
facendosi perdonare un poco le incongruenze storico-narrative ma posizionando
il romanzo - a mio modesto avviso - decisamente un gradino al di sotto delle
sue originali potenzialità.
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