Un romanzo profondo, di grande spessore e che insegna
così tante cose che in una recensione proprio non si riesce a farcele stare
tutte. Cinque stelle sarebbero scontate per una figura come Primo Levi, per
tutto quello che lui rappresenta al cospetto della Storia, per tutto quello che
lui ha patito. Ma le cinque stelle ci stanno in pieno anche per l'opera
letteraria in sé, prescindendo da tutto il resto. E' un libro denso e lieve al
tempo stesso, sia nei personaggi che nelle descrizioni, sia nei dialoghi che
nella trama. La cultura e il carattere degli ebrei sono descritti e spiegati
attraverso piccoli episodi, piccoli proverbi, qualche citazione storica e
qualche citazione dalle sacre scritture, con una grande capacità di mescolare
il tutto e farlo stare in una piccola tasca del racconto: tanta abilità non si
trova nemmeno in Oz o Yehoshua. La scelta di raccontare l'orrore della seconda
guerra mondiale senza ambientare pressoché nulla nei campi di sterminio, non
sminuisce affatto il valore dell'opera, non c'è alcun senso di incompletezza
come si potrebbe temere in un primo momento, e non c'è nemmeno quell'atmosfera
di fiaba come invece si trova in "L'Educazione europea" di Romain
Gary e che sotto un certo punto di vista può risultare fuori luogo se si parla
di Resistenza. Non si perde neanche per un attimo la solidità della storia:
inventata, con personaggi inventati, ma ambientata tra luoghi ed eventi
assolutamente veritieri. A tratti ironico ma mai burlone, forte ma senza
eccessi drammatici. Intende esprimere il significato della vita alla macchia,
lo spirito della partigianeria, e ci riesce perfettamente. E si trovano
ottimamente espressi anche il senso di colpa e di smarrimento dei
sopravvissuti, e il tema dell'uguaglianza e della pace tra i popoli e le
religioni.
E' la storia del
viaggio, attraverso l'Europa e attraverso la distruzione della guerra,
dal Luglio '43 all'Agosto '45, di una
banda di ebrei russi e polacchi, uomini e donne, che nasce come
"repubblica delle paludi" e si trasforma in una spedizione diretta in
Palestina. Si notano da subito alcuni punti di contatto con "La chiave a
stella": quando parla il protagonista Mendel, oltre a sentirlo un po'
alter ego dell'autore, sembra proprio di vedere e sentire Faussone. Nelle
ambientazioni ci sono comunque alcune somiglianze anche con il già citato
"L'educazione europea": la vita nei boschi, con i rifugi sottoterra e
le capanne di legno, le azioni di sabotaggio e le serate intorno al fuoco a
parlare, a riflettere, a cercare di abbracciare tutta l'Europa in uno sguardo.
Levi dimostra qui capacità di comporre atmosfere con una ricchezza e
un'espressività tali che non si trovano in "La chiave a stella" e,
per quel che mi ricordo, nemmeno in "Se questo è un uomo" o "La
tregua". Il cast di personaggi che viene componendosi di man in mano che
il viaggio procede, è a dir poco brillante, avvincente e coinvolgente. Quasi
viene da rifiutarsi di credere che dei bei personaggi come questi abbiano
potuto, nella realtà, approdare in Palestina e mettersi a fare dei
rastrellamenti.
Ricopio qualche citazione perché ci sono passaggi di
struggente poesia, passaggi delicati come un quadro di Chagall, pagine dal
sapore epico con masse di genti, intere popolazioni in movimento come in una
grandiosa scena in un film kolossal, e un finale magistrale che racchiude
insieme nella stessa stanza - nello stesso corridoio - nascita e morte,
speranza e disperazione. Questo libro è un vero spartiacque, in tutti i sensi e
le accezioni possibili.
"L'aria che entrava dalle finestre aperte,
insieme con il fiato umido delle paludi e del bosco, trascinava altri sentori
aspri ed inconsueti, di drogheria, di bruciaticcio, di retrobottega e di
miseria."
"…la canzone è sciocca, ma insieme è penetrata
da una tenerezza strana, come di un sogno stralunato e tiepido fiorito nel
tepore di una casetta di legno, accanto alla grande stufa di maiolica, sotto i
travi affumicati del soffitto; e sopra il soffitto indovini un cielo buio e
nevoso, in cui magari nuotano un gran pesce d'argento, una sposa vestita di
veli bianchi, e un caprone verde a testa in giù."
"Un gruppo, uno strano gruppo; profughi diversi
dai soliti, diversi dai rottami umani che da giorni e giorni le sfilavano
davanti in quell'ufficio. Sporchi e stanchi, ma diritti; diversi negli occhi,
nella parlata, nel portamento."
"Non sembrava che entro la banda ci fossero
tensioni o disaccordi permanenti. I componenti si proclamavano sionisti, ma di
tendenze svariate, con tutte le sfumature che si possono inserire fra il
nazionalismo ebraico, l'ortodossia marxista, l'ortodossia religiosa,
l'egualitarismo anarchico e il ritorno tolstoiano alla terra, che ti redimerà
se tu la redimi."
"Ognuno di loro, uomo o donna, aveva sulle
spalle una storia diversa, ma rovente e pesante come il piombo fuso; ognuno
avrebbe dovuto piangere cento morti se la guerra e tre inverni terribili gliene
avessero lasciato il tempo e il respiro. Erano stanchi, poveri e sporchi, ma
non sconfitti; figli di mercanti, sarti, rabbini e cantori, si erano armati con
le armi tolte ai tedeschi, si erano conquistato il diritto ad indossare quelle
uniformi lacere e senza gradi, ed avevano assaporato più volte il cibo aspro
dell'uccidere."
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