mercoledì 17 agosto 2016

Se non ora, quando? - Primo Levi


Un romanzo profondo, di grande spessore e che insegna così tante cose che in una recensione proprio non si riesce a farcele stare tutte. Cinque stelle sarebbero scontate per una figura come Primo Levi, per tutto quello che lui rappresenta al cospetto della Storia, per tutto quello che lui ha patito. Ma le cinque stelle ci stanno in pieno anche per l'opera letteraria in sé, prescindendo da tutto il resto. E' un libro denso e lieve al tempo stesso, sia nei personaggi che nelle descrizioni, sia nei dialoghi che nella trama. La cultura e il carattere degli ebrei sono descritti e spiegati attraverso piccoli episodi, piccoli proverbi, qualche citazione storica e qualche citazione dalle sacre scritture, con una grande capacità di mescolare il tutto e farlo stare in una piccola tasca del racconto: tanta abilità non si trova nemmeno in Oz o Yehoshua. La scelta di raccontare l'orrore della seconda guerra mondiale senza ambientare pressoché nulla nei campi di sterminio, non sminuisce affatto il valore dell'opera, non c'è alcun senso di incompletezza come si potrebbe temere in un primo momento, e non c'è nemmeno quell'atmosfera di fiaba come invece si trova in "L'Educazione europea" di Romain Gary e che sotto un certo punto di vista può risultare fuori luogo se si parla di Resistenza. Non si perde neanche per un attimo la solidità della storia: inventata, con personaggi inventati, ma ambientata tra luoghi ed eventi assolutamente veritieri. A tratti ironico ma mai burlone, forte ma senza eccessi drammatici. Intende esprimere il significato della vita alla macchia, lo spirito della partigianeria, e ci riesce perfettamente. E si trovano ottimamente espressi anche il senso di colpa e di smarrimento dei sopravvissuti, e il tema dell'uguaglianza e della pace tra i popoli e le religioni.



E' la storia del  viaggio, attraverso l'Europa e attraverso la distruzione della guerra, dal Luglio '43 all'Agosto '45,  di una banda di ebrei russi e polacchi, uomini e donne, che nasce come "repubblica delle paludi" e si trasforma in una spedizione diretta in Palestina. Si notano da subito alcuni punti di contatto con "La chiave a stella": quando parla il protagonista Mendel, oltre a sentirlo un po' alter ego dell'autore, sembra proprio di vedere e sentire Faussone. Nelle ambientazioni ci sono comunque alcune somiglianze anche con il già citato "L'educazione europea": la vita nei boschi, con i rifugi sottoterra e le capanne di legno, le azioni di sabotaggio e le serate intorno al fuoco a parlare, a riflettere, a cercare di abbracciare tutta l'Europa in uno sguardo. Levi dimostra qui capacità di comporre atmosfere con una ricchezza e un'espressività tali che non si trovano in "La chiave a stella" e, per quel che mi ricordo, nemmeno in "Se questo è un uomo" o "La tregua". Il cast di personaggi che viene componendosi di man in mano che il viaggio procede, è a dir poco brillante, avvincente e coinvolgente. Quasi viene da rifiutarsi di credere che dei bei personaggi come questi abbiano potuto, nella realtà, approdare in Palestina e mettersi a fare dei rastrellamenti.



Ricopio qualche citazione perché ci sono passaggi di struggente poesia, passaggi delicati come un quadro di Chagall, pagine dal sapore epico con masse di genti, intere popolazioni in movimento come in una grandiosa scena in un film kolossal, e un finale magistrale che racchiude insieme nella stessa stanza - nello stesso corridoio - nascita e morte, speranza e disperazione. Questo libro è un vero spartiacque, in tutti i sensi e le accezioni possibili.



"L'aria che entrava dalle finestre aperte, insieme con il fiato umido delle paludi e del bosco, trascinava altri sentori aspri ed inconsueti, di drogheria, di bruciaticcio, di retrobottega e di miseria."



"…la canzone è sciocca, ma insieme è penetrata da una tenerezza strana, come di un sogno stralunato e tiepido fiorito nel tepore di una casetta di legno, accanto alla grande stufa di maiolica, sotto i travi affumicati del soffitto; e sopra il soffitto indovini un cielo buio e nevoso, in cui magari nuotano un gran pesce d'argento, una sposa vestita di veli bianchi, e un caprone verde a testa in giù."



"Un gruppo, uno strano gruppo; profughi diversi dai soliti, diversi dai rottami umani che da giorni e giorni le sfilavano davanti in quell'ufficio. Sporchi e stanchi, ma diritti; diversi negli occhi, nella parlata, nel portamento."



"Non sembrava che entro la banda ci fossero tensioni o disaccordi permanenti. I componenti si proclamavano sionisti, ma di tendenze svariate, con tutte le sfumature che si possono inserire fra il nazionalismo ebraico, l'ortodossia marxista, l'ortodossia religiosa, l'egualitarismo anarchico e il ritorno tolstoiano alla terra, che ti redimerà se tu la redimi."



"Ognuno di loro, uomo o donna, aveva sulle spalle una storia diversa, ma rovente e pesante come il piombo fuso; ognuno avrebbe dovuto piangere cento morti se la guerra e tre inverni terribili gliene avessero lasciato il tempo e il respiro. Erano stanchi, poveri e sporchi, ma non sconfitti; figli di mercanti, sarti, rabbini e cantori, si erano armati con le armi tolte ai tedeschi, si erano conquistato il diritto ad indossare quelle uniformi lacere e senza gradi, ed avevano assaporato più volte il cibo aspro dell'uccidere."

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