Anche stavolta, per quanto mi
riguarda, la Mazzucco ha centrato il bersaglio: quattro stelle forse è un voto
scarso, potrei arrivare a quattro e un quarto, quattro e mezza. Questo bel
librone ha il passo e il respiro del grande romanzo ottocentesco, colto e
raffinato: non si direbbe affatto un primo approccio con il lavoro dello
scrivere e del raccontare. La narrazione mescola abilmente la trama con tante
nozioni di storia, mitologia greca, arte e cinema, scienza e medicina e
psicologia, e tanto altro ancora. E soprattutto splendide descrizioni e
ambientazioni della vita di montagna, dei piccoli villaggi fatti di capanne e
casupole di sasso, una cultura contadina ormai quasi completamente scomparsa -
non so se sia un bene o un male - e che per millenni è stata la spina dorsale
di tutta l'Italia, tutto un mondo che la Mazzucco riesce a dipingere con poche
pennellate, poche parole, e riesce a farlo altrettanto bene di Corona ("I
fantasmi di pietra") o di Rumiz ("Annibale"). E già che si parla
di montagna, c'è anche quell'atmosfera dei luoghi di confine che si trova in
Revelli ("Nel tempo dei lupi").
La prima parte presenta le due
protagoniste, le loro vite e i loro caratteri fino al momento dell'incontro. In
sottofondo c'è un minuzioso affresco delle montagne piemontesi e della Costa
Azzurra tra la fine del XIX sec e l'inizio del XX sec, con tutti gli splendori
e le opulenze di quella che già allora era una casta, nobili e borghesi
arricchiti e politici; e con tutte le miserie di coloro che vivono di
espedienti. Un affresco non soltanto visivo ma che coinvolge tutti i cinque
sensi, con profumi e odori di cose e persone, e con i suoni delle varie lingue
parlate in un angolo di Europa che è per metà in Francia e per l'altra metà in
un'Italia appena unificata ma che ha in ogni caso come fulcro la Linguadoca.
Nella seconda parte le vite delle
due donne si uniscono in maniera indissolubile, e siamo nell'anno 1913: sullo
sfondo, oltre alla guerra imminente, la modernità che incalza, con la Società
Elettrica Val di Stura e con l'elettrificazione dell'illuminazione stradale fin
nei piccoli paesini che assurgono a simboli di un cambiamento epocale. Qui ho
anche ritrovato la città di Torino con le stesse immagini e atmosfere che già
avevo colto in "La vita ingenua" di Gorresio. La protagonista Norma
somiglia a Maria protagonista di "Caffè amaro" della Agnello Hornby:
sono entrambe donne fortunate eppure sofferenti, entrambe amanti della cultura
e desiderose di una emancipazione che la loro epoca ancora non consente; non
sono esenti da difetti caratteriali e comportamentali ma tuttavia il racconto
dimostra ampiamente come siano meritevoli di compassione. L'altra protagonista
ideata dalla Mazzucco, Maddalena/Medusa, è selvaggia e randagia e affascinante
come la Miluzza giovane protagonista di "Ninfa Plebea" di Domenico
Rea. Possibile che si affezionino due persone così estranee e così diverse?
Grazie a questo romanzo della Mazzucco pare di sì: il loro progressivo
avvicinamento è descritto seguendo una linea temporale discontinua che si snoda
attraverso gli anni della guerra, attraverso i momenti topici delle loro
esistenze e soprattutto i loro pensieri e sensazioni. La narrazione passa dalla
terza alla prima persona in maniera un po' arbitraria ma non spiacevole,
rispecchia bene il modo in cui le persone ragionano tra sé e sé, a volte solo
col pensiero o a volte anche ad alta voce. Il tema della narrazione non è tanto
il racconto un amore, omo o etero che sia - pur così intenso da arrivare a
riempire il vuoto di senso di una vita - quanto la ricerca dell'io, la
conoscenza e la coscienza di sé, che si raggiunge anche attraverso il guardarsi
nello specchio di una inattesa anima gemella.
Non è un romanzo femminista ma è una
storia tutta coniugata al femminile: nel vasto campionario di personaggi
femminili ci sono posizioni giuste e sbagliate, di vittime e carnefici. O forse
sono un po' tutte vittime della vita.
Nella terza parte, anno 1916, si
consuma la tragedia, quasi seguendo uno schema Shakespeariano, e alla tragedia
vera e propria si aggiunge la tragedia di una beffa finale, il mondo che
circonda Norma non la capisce, non può e non vuole capirla, e in questo c'è
molta attualità perché mi pare che anche oggigiorno le persone (siano esse
persone comuni o rappresentanti di una qualche istituzione o ente) non facciano
grandi sforzi per comprendere le cose, per comprendere chi è diverso dalla
massa in un qualsiasi minimo aspetto del suo essere. Il finale è uno e doppio
al tempo stesso, per lasciare il lettore con i suoi propri pensieri e
fantasticherie più che con una parola "fine".
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