mercoledì 21 settembre 2016

Il bacio della Medusa - Melania G. Mazzucco


Anche stavolta, per quanto mi riguarda, la Mazzucco ha centrato il bersaglio: quattro stelle forse è un voto scarso, potrei arrivare a quattro e un quarto, quattro e mezza. Questo bel librone ha il passo e il respiro del grande romanzo ottocentesco, colto e raffinato: non si direbbe affatto un primo approccio con il lavoro dello scrivere e del raccontare. La narrazione mescola abilmente la trama con tante nozioni di storia, mitologia greca, arte e cinema, scienza e medicina e psicologia, e tanto altro ancora. E soprattutto splendide descrizioni e ambientazioni della vita di montagna, dei piccoli villaggi fatti di capanne e casupole di sasso, una cultura contadina ormai quasi completamente scomparsa - non so se sia un bene o un male - e che per millenni è stata la spina dorsale di tutta l'Italia, tutto un mondo che la Mazzucco riesce a dipingere con poche pennellate, poche parole, e riesce a farlo altrettanto bene di Corona ("I fantasmi di pietra") o di Rumiz ("Annibale"). E già che si parla di montagna, c'è anche quell'atmosfera dei luoghi di confine che si trova in Revelli ("Nel tempo dei lupi").



La prima parte presenta le due protagoniste, le loro vite e i loro caratteri fino al momento dell'incontro. In sottofondo c'è un minuzioso affresco delle montagne piemontesi e della Costa Azzurra tra la fine del XIX sec e l'inizio del XX sec, con tutti gli splendori e le opulenze di quella che già allora era una casta, nobili e borghesi arricchiti e politici; e con tutte le miserie di coloro che vivono di espedienti. Un affresco non soltanto visivo ma che coinvolge tutti i cinque sensi, con profumi e odori di cose e persone, e con i suoni delle varie lingue parlate in un angolo di Europa che è per metà in Francia e per l'altra metà in un'Italia appena unificata ma che ha in ogni caso come fulcro la Linguadoca.

Nella seconda parte le vite delle due donne si uniscono in maniera indissolubile, e siamo nell'anno 1913: sullo sfondo, oltre alla guerra imminente, la modernità che incalza, con la Società Elettrica Val di Stura e con l'elettrificazione dell'illuminazione stradale fin nei piccoli paesini che assurgono a simboli di un cambiamento epocale. Qui ho anche ritrovato la città di Torino con le stesse immagini e atmosfere che già avevo colto in "La vita ingenua" di Gorresio. La protagonista Norma somiglia a Maria protagonista di "Caffè amaro" della Agnello Hornby: sono entrambe donne fortunate eppure sofferenti, entrambe amanti della cultura e desiderose di una emancipazione che la loro epoca ancora non consente; non sono esenti da difetti caratteriali e comportamentali ma tuttavia il racconto dimostra ampiamente come siano meritevoli di compassione. L'altra protagonista ideata dalla Mazzucco, Maddalena/Medusa, è selvaggia e randagia e affascinante come la Miluzza giovane protagonista di "Ninfa Plebea" di Domenico Rea. Possibile che si affezionino due persone così estranee e così diverse? Grazie a questo romanzo della Mazzucco pare di sì: il loro progressivo avvicinamento è descritto seguendo una linea temporale discontinua che si snoda attraverso gli anni della guerra, attraverso i momenti topici delle loro esistenze e soprattutto i loro pensieri e sensazioni. La narrazione passa dalla terza alla prima persona in maniera un po' arbitraria ma non spiacevole, rispecchia bene il modo in cui le persone ragionano tra sé e sé, a volte solo col pensiero o a volte anche ad alta voce. Il tema della narrazione non è tanto il racconto un amore, omo o etero che sia - pur così intenso da arrivare a riempire il vuoto di senso di una vita - quanto la ricerca dell'io, la conoscenza e la coscienza di sé, che si raggiunge anche attraverso il guardarsi nello specchio di una inattesa anima gemella.

Non è un romanzo femminista ma è una storia tutta coniugata al femminile: nel vasto campionario di personaggi femminili ci sono posizioni giuste e sbagliate, di vittime e carnefici. O forse sono un po' tutte vittime della vita.

Nella terza parte, anno 1916, si consuma la tragedia, quasi seguendo uno schema Shakespeariano, e alla tragedia vera e propria si aggiunge la tragedia di una beffa finale, il mondo che circonda Norma non la capisce, non può e non vuole capirla, e in questo c'è molta attualità perché mi pare che anche oggigiorno le persone (siano esse persone comuni o rappresentanti di una qualche istituzione o ente) non facciano grandi sforzi per comprendere le cose, per comprendere chi è diverso dalla massa in un qualsiasi minimo aspetto del suo essere. Il finale è uno e doppio al tempo stesso, per lasciare il lettore con i suoi propri pensieri e fantasticherie più che con una parola "fine".

Nessun commento:

Posta un commento