Ripetitivo. Bella scrittura,
scorrevolezza migliore di un saggio, ma si tratta pur sempre di un breve saggio
teologico-manzoniano travestito da romanzo storico. E siccome il romanzo
storico è già di per sé una sorta di travestimento, questo sarebbe il travestimento
di un travestimento.
Io ho letto e apprezzato I promessi
sposi e anche La colonna infame, ma non conosco abbastanza Manzoni - mea culpa,
mea culpa, mea massima culpa - per poter cogliere a fondo eventuali riferimenti
che Pomilio può aver disseminato nel testo. Dunque mi limito ad una
comprensione da livello base.
Tutto il racconto si incentra su una
immaginaria lettera che donna Giulia Beccaria, madre del Manzoni, scrive
all'amica di famiglia e sua confidente Miss Mary Clarke, per esporgli la
condizione psicologica del figlio all'indomani della morte di Enrichetta
Blondel, prima moglie del Manzoni, e poi successivamente con l'aggravarsi di
tutta la situazione familiare con la morte della primogenita e poi anche della
terzogenita. Fin qui, encomiabile tentativo: presentare sotto una luce più
umana un personaggio che solitamente viene visto solo e soltanto come un
monumento nazionale. Il problema è che, anche in cento paginette scarse, i
concetti, per quanto bene esposti, finiscono per essere ripetitivi: sono
sufficienti solo poche righe per spiegare che esiste "un dolore senza
pianto e uno strazio che si macera anziché traboccare fuori", che se una
persona appare imperturbabile e rassegnata dal di fuori è probabile che stia
soffrendo dentro; che colui che nutre profonda fede religiosa, per quanto esausto,
dopo aver pregato ha comunque un fondo di contentezza; e infine che quando costui si rende conto non
essere stata esaudita la sua preghiera, gli subentra una sorta di incredulità,
indi una delusione di Dio per esser rimasto inascoltato nella sua supplica, e
da quel momento in avanti la sua fede non sarà mai più la stessa. Tutto il
libretto continua a girare e rigirare intorno a questi pochi concetti, per
quanto ben infiocchettati: io non ci ho trovato molto di più. E a furia di
rimescolare questa minestra l'unico risultato che ottiene è di presentare un
Manzoni nelle vesti di profeta del Cristianesimo e la Enrichetta Blondel come
alter ego della Vergine Maria. Tanto valeva restare nei primi danni e tenerci un
accigliato e bronzeo monumento nazionale.
Resta di buono il tono di narrazione
piacevole e altrettanto piacevoli atmosfere ottocentesche a base di carta,
calamaio e penna, e scrittoi di legno pregiato ingombri di carte, in penombra
nelle stanze di grandi residenze di campagna o lussuosi appartamenti al piano
nobile dei palazzi in centro, in città, affacciati su cortili interni
silenziosi come chiostri. Un po' poco per potermi veramente emozionare.
A chi fosse alla ricerca di un
romanzo storico in cui, attraverso epistole immaginarie, si ricostruiscano
fatti reali e soprattutto i sentimenti presunti e plausibili di personaggi
noti, consiglierei "I bei momenti" di Siciliano: è costruito molto meglio, del resto su Mozart
c'è abbastanza materiale per lavorare senza dover andare a scomodare Bibbia e
Vangeli.
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