giovedì 22 settembre 2016

Il Natale del 1833 - Mario Pomilio


Ripetitivo. Bella scrittura, scorrevolezza migliore di un saggio, ma si tratta pur sempre di un breve saggio teologico-manzoniano travestito da romanzo storico. E siccome il romanzo storico è già di per sé una sorta di travestimento, questo sarebbe il travestimento di un travestimento.

Io ho letto e apprezzato I promessi sposi e anche La colonna infame, ma non conosco abbastanza Manzoni - mea culpa, mea culpa, mea massima culpa - per poter cogliere a fondo eventuali riferimenti che Pomilio può aver disseminato nel testo. Dunque mi limito ad una comprensione da livello base. 



Tutto il racconto si incentra su una immaginaria lettera che donna Giulia Beccaria, madre del Manzoni, scrive all'amica di famiglia e sua confidente Miss Mary Clarke, per esporgli la condizione psicologica del figlio all'indomani della morte di Enrichetta Blondel, prima moglie del Manzoni, e poi successivamente con l'aggravarsi di tutta la situazione familiare con la morte della primogenita e poi anche della terzogenita. Fin qui, encomiabile tentativo: presentare sotto una luce più umana un personaggio che solitamente viene visto solo e soltanto come un monumento nazionale. Il problema è che, anche in cento paginette scarse, i concetti, per quanto bene esposti, finiscono per essere ripetitivi: sono sufficienti solo poche righe per spiegare che esiste "un dolore senza pianto e uno strazio che si macera anziché traboccare fuori", che se una persona appare imperturbabile e rassegnata dal di fuori è probabile che stia soffrendo dentro; che colui che nutre profonda fede religiosa, per quanto esausto, dopo aver pregato ha comunque un fondo di contentezza;  e infine che quando costui si rende conto non essere stata esaudita la sua preghiera, gli subentra una sorta di incredulità, indi una delusione di Dio per esser rimasto inascoltato nella sua supplica, e da quel momento in avanti la sua fede non sarà mai più la stessa. Tutto il libretto continua a girare e rigirare intorno a questi pochi concetti, per quanto ben infiocchettati: io non ci ho trovato molto di più. E a furia di rimescolare questa minestra l'unico risultato che ottiene è di presentare un Manzoni nelle vesti di profeta del Cristianesimo e la Enrichetta Blondel come alter ego della Vergine Maria. Tanto valeva restare nei primi danni e tenerci un accigliato e bronzeo monumento nazionale. 



Resta di buono il tono di narrazione piacevole e altrettanto piacevoli atmosfere ottocentesche a base di carta, calamaio e penna, e scrittoi di legno pregiato ingombri di carte, in penombra nelle stanze di grandi residenze di campagna o lussuosi appartamenti al piano nobile dei palazzi in centro, in città, affacciati su cortili interni silenziosi come chiostri. Un po' poco per potermi veramente emozionare.

A chi fosse alla ricerca di un romanzo storico in cui, attraverso epistole immaginarie, si ricostruiscano fatti reali e soprattutto i sentimenti presunti e plausibili di personaggi noti, consiglierei "I bei momenti" di Siciliano:  è costruito molto meglio, del resto su Mozart c'è abbastanza materiale per lavorare senza dover andare a scomodare Bibbia e Vangeli.

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