Quando, per parlare di Napoleone e
ricostruire l'atmosfera che lo circonda, l'autore cerca di essere solenne,
finisce per essere ripetitivo proprio come le solenni formule di certe
cerimonie. D'altro canto, per parlare dei suoi ultimi cento giorni da imperatore
e dunque di una delle fasi più dense e convulse di tutta la Storia, le
alternative erano due: o scrivere una decina di tomi da oltre mille pagine
l'uno, oppure puntare tutto sulla sintesi e sulla ricostruzione basata solo su
atmosfere e sensazioni, tralasciando nomi e date. Roth sceglie ovviamente
questa ultima soluzione, e l'atmosfera che ricrea è quella cupa e lugubre che
precede e preannuncia la disfatta, attraverso i tramonti nei cieli su Parigi
che vanno addensandosi di nubi plumbee. Per tramite della storia umile e
semplice della fantesca di corte Angelina Pietri, e dell'epopea del più che
emblematico Bonaparte, l'autore e il lettore riflettono sul rapporto che
intercorre tra i grandi - coloro che sono ricordati nei libri di storia e nei monumenti
- e i piccoli, i personaggi umili e semplici che non sono stati prescelti da
nessuna divinità per compiere i propri disegni. Questi ultimi della Storia ci
rimettono sempre, e più si asservono e affezionano al potente di turno, più ci
rimettono. Si riflette anche sull'umanità, sull'aspetto umano e per così dire
"mortale" di quei grandi personaggi che, consapevoli di aver compiuto
grandi imprese, si sentono già di per sé immortali, e invece quando devono
scontrarsi con il proprio essere terrestri mortali, finiscono per sentirsi
anche un po' umiliati di fronte a sé stessi.
La storia di Angelina diventa così
una fiaba triste e malinconica, la sua vita ripetitiva raccontata con poche
formule ripetitive, sotto questi cieli che al crepuscolo vanno addensandosi di
ombre e nubi, mi ha fatto pensare alla poesia di Garcia Lorca con la ragazza
che coglie le olive.
E' giusto seguire il proprio istinto
anche quando questo spinge ad aspirare a qualcosa, o ad anelare un qualcuno
immensamente più grande di sé. Angelina osserva tra sé che a questo punto
grande piccolo sono la stessa cosa, non v'è differenza. Ma se questo
"immensamente più grande" finisce per essere l'impossibile, come si
fa a non vedere che una intera vita finisce sprecata? Quando è sprecata una
vita e quando invece è ben vissuta anche se non ha raggiunto l'obiettivo? Alla
fine della lettura, mi restano riflessioni lugubri come quelle nubi. Ma il
libro è molto bello e molto ben scritto, mi ha rinfrescato i bei ricordi che
avevo de "La milleduesima notte".
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