martedì 4 ottobre 2016

I cento giorni - Joseph Roth


Quando, per parlare di Napoleone e ricostruire l'atmosfera che lo circonda, l'autore cerca di essere solenne, finisce per essere ripetitivo proprio come le solenni formule di certe cerimonie. D'altro canto, per parlare dei suoi ultimi cento giorni da imperatore e dunque di una delle fasi più dense e convulse di tutta la Storia, le alternative erano due: o scrivere una decina di tomi da oltre mille pagine l'uno, oppure puntare tutto sulla sintesi e sulla ricostruzione basata solo su atmosfere e sensazioni, tralasciando nomi e date. Roth sceglie ovviamente questa ultima soluzione, e l'atmosfera che ricrea è quella cupa e lugubre che precede e preannuncia la disfatta, attraverso i tramonti nei cieli su Parigi che vanno addensandosi di nubi plumbee. Per tramite della storia umile e semplice della fantesca di corte Angelina Pietri, e dell'epopea del più che emblematico Bonaparte, l'autore e il lettore riflettono sul rapporto che intercorre tra i grandi - coloro che sono ricordati nei libri di storia e nei monumenti - e i piccoli, i personaggi umili e semplici che non sono stati prescelti da nessuna divinità per compiere i propri disegni. Questi ultimi della Storia ci rimettono sempre, e più si asservono e affezionano al potente di turno, più ci rimettono. Si riflette anche sull'umanità, sull'aspetto umano e per così dire "mortale" di quei grandi personaggi che, consapevoli di aver compiuto grandi imprese, si sentono già di per sé immortali, e invece quando devono scontrarsi con il proprio essere terrestri mortali, finiscono per sentirsi anche un po' umiliati di fronte a sé stessi.

La storia di Angelina diventa così una fiaba triste e malinconica, la sua vita ripetitiva raccontata con poche formule ripetitive, sotto questi cieli che al crepuscolo vanno addensandosi di ombre e nubi, mi ha fatto pensare alla poesia di Garcia Lorca con la ragazza che coglie le olive.

E' giusto seguire il proprio istinto anche quando questo spinge ad aspirare a qualcosa, o ad anelare un qualcuno immensamente più grande di sé. Angelina osserva tra sé che a questo punto grande piccolo sono la stessa cosa, non v'è differenza. Ma se questo "immensamente più grande" finisce per essere l'impossibile, come si fa a non vedere che una intera vita finisce sprecata? Quando è sprecata una vita e quando invece è ben vissuta anche se non ha raggiunto l'obiettivo? Alla fine della lettura, mi restano riflessioni lugubri come quelle nubi. Ma il libro è molto bello e molto ben scritto, mi ha rinfrescato i bei ricordi che avevo de "La milleduesima notte".

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