mercoledì 16 novembre 2016

I giorni dell'amore e della guerra - Carla Maria Russo


Si riparte esattamente dal punto dove era terminato il romanzo precedente, e si segue la stessa identica struttura di capitoli che alternano la voce di Caterina al narratore onnisciente.

Ma la sensazione complessiva è di avere letto qualcosa che si posiziona su un gradino inferiore rispetto il volume precedente. Per quanto parta da un presupposto tutto sommato realistico - una donna che è andata in sposa bambina ad un adulto e da lui ha avuto sei figli: quando a venticinque anni rimane improvvisamente vedova, a quel punto la sua formazione psicologica e sentimentale si ritrova monca o comunque del tutto sballata e deve in un certo senso ripartire da zero - lo sviluppo degli innamoramenti e della scoperta dei sentimenti da parte di Caterina mi pare decisamente banale, per niente illuminante né emozionante. Il personaggio femminile non convince più, troppo appiattito sotto lo schema contemporaneo che vuole la donna ovviamente bellissima, forte, coraggiosa, sfrontata, spregiudicata, ma contemporaneamente delicata e bisognosa di protezione, indipendente ma al tempo stesso sottomessa ai suoi innamoramenti. Non si può essere carne e pesce al tempo stesso: questo vale nella vita reale quanto nella letteratura. Oltre a essere uno stereotipo troppo contemporaneo, che non c'entra nulla con il XV sec, è anche un brutto stereotipo. E questo per quanto concerne "i giorni dell'amore".

Gli episodi che riguardano l'altra parte del titolo, i giorni della guerra, non sono proprio emozionanti ma abbastanza avvincenti e riescono ad abbracciare piuttosto bene i complessi eventi che si svolgono nella penisola sul finire del XV sec. Procedendo con la lettura, le faccende di cuore di Caterina (e non solo le sue) finiscono per essere inglobate, o per meglio dire sopraffatte, dalle faccende di guerra e dunque il quadro si ricompone in maniera moderatamente ragionevole. In un primo momento, a chi avesse letto il primo volume, avrei quasi quasi suggerito di fermarsi lì, rimanere con una storia ben raccontata anche se con un finale aperto. Per quanto mi riguarda, ora che la frittata è fatta, anche dopo questa mezza stroncatura ammetto ugualmente di non esserci arrivata in fondo malvolentieri: niente di strabiliante, ma si lascia leggere scorrevolmente.

Oltre al racconto della storia in sé, c'è l'intento, non del tutto riuscito, di introdurre temi importanti come la condizione femminile durante questo importante periodo storico, più in generale la questione del racconto delle vicende stra-conosciute anche da parte dei vinti e non solo dei vincitori (chi era che diceva che alla fine di una guerra le menzogne del vincitore diventano storia e la versione del perdente diventa bugia?), un certo qual senso di nazionalismo - se non proprio di patriottismo - laddove si presentano situazioni in cui i protagonisti difendono in proprio territorio per una questione di principio contro l'invasore straniero, e il rimpianto verso le grandi corti italiane che, nonostante le loro eccellenze in fatto di splendore e cultura, non sanno allearsi tra loro ma solo combattersi e pensare al proprio singolo tornaconto. Questi sono tutti temi di grande rielvanza, e come già detto sono stati trattati in maniera ben più eccellente da autori di prestigio, prima fra tutte mi viene in mente la Bellonci. Comunque devo riconoscere che verso il termine della lettura di questo secondo romanzo, la Russo è riuscita a riproporre un qualcosina di quella malinconia che la Bellonci sa esporre così bene quando racconta il declino di una importante casata o signoria. Soprassedendo qualche banalità, ho trovato un po' anche qui l'emozione dell'andare a caccia di fantasmi tra vecchie pergamene e pietre ormai mute ma che ne hanno viste di tutti i colori, e il piacere di scoprirli, quei fantasmi, sempre tutti imparentati tra loro, da' la sensazione di leggere ogni volta un nuovo capitolo della stessa unica grande favola, e quasi quasi, per il fatto di esser qui a rievocarli, di fare anche io un po' parte della famiglia.

"Questa lettera di Giovanni da Casale mi ha sempre sconcertato e spaventato, come se racchiudesse al suo interno una forza cupa e misteriosa, un'urgenza che mi inorridisce e mi attrae al tempo stesso. Mi sembra che, con la sua orrida potenza visionaria, racchiuda in sé il mistero dell'eterno alternarsi delle vicende umane, l'inspiegabilità del nostro destino, la sua insondabile caducità e mutevolezza."

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