Si riparte esattamente dal punto
dove era terminato il romanzo precedente, e si segue la stessa identica
struttura di capitoli che alternano la voce di Caterina al narratore
onnisciente.
Ma la sensazione complessiva è di
avere letto qualcosa che si posiziona su un gradino inferiore rispetto il
volume precedente. Per quanto parta da un presupposto tutto sommato realistico
- una donna che è andata in sposa bambina ad un adulto e da lui ha avuto sei
figli: quando a venticinque anni rimane improvvisamente vedova, a quel punto la
sua formazione psicologica e sentimentale si ritrova monca o comunque del tutto
sballata e deve in un certo senso ripartire da zero - lo sviluppo degli
innamoramenti e della scoperta dei sentimenti da parte di Caterina mi pare
decisamente banale, per niente illuminante né emozionante. Il personaggio
femminile non convince più, troppo appiattito sotto lo schema contemporaneo che
vuole la donna ovviamente bellissima, forte, coraggiosa, sfrontata,
spregiudicata, ma contemporaneamente delicata e bisognosa di protezione,
indipendente ma al tempo stesso sottomessa ai suoi innamoramenti. Non si può
essere carne e pesce al tempo stesso: questo vale nella vita reale quanto nella
letteratura. Oltre a essere uno stereotipo troppo contemporaneo, che non
c'entra nulla con il XV sec, è anche un brutto stereotipo. E questo per quanto
concerne "i giorni dell'amore".
Gli episodi che riguardano l'altra
parte del titolo, i giorni della guerra, non sono proprio emozionanti ma
abbastanza avvincenti e riescono ad abbracciare piuttosto bene i complessi
eventi che si svolgono nella penisola sul finire del XV sec. Procedendo con la
lettura, le faccende di cuore di Caterina (e non solo le sue) finiscono per
essere inglobate, o per meglio dire sopraffatte, dalle faccende di guerra e
dunque il quadro si ricompone in maniera moderatamente ragionevole. In un primo
momento, a chi avesse letto il primo volume, avrei quasi quasi suggerito di
fermarsi lì, rimanere con una storia ben raccontata anche se con un finale
aperto. Per quanto mi riguarda, ora che la frittata è fatta, anche dopo questa
mezza stroncatura ammetto ugualmente di non esserci arrivata in fondo
malvolentieri: niente di strabiliante, ma si lascia leggere scorrevolmente.
Oltre al racconto della storia in
sé, c'è l'intento, non del tutto riuscito, di introdurre temi importanti come
la condizione femminile durante questo importante periodo storico, più in
generale la questione del racconto delle vicende stra-conosciute anche da parte
dei vinti e non solo dei vincitori (chi era che diceva che alla fine di una
guerra le menzogne del vincitore diventano storia e la versione del perdente
diventa bugia?), un certo qual senso di nazionalismo - se non proprio di
patriottismo - laddove si presentano situazioni in cui i protagonisti difendono
in proprio territorio per una questione di principio contro l'invasore
straniero, e il rimpianto verso le grandi corti italiane che, nonostante le
loro eccellenze in fatto di splendore e cultura, non sanno allearsi tra loro ma
solo combattersi e pensare al proprio singolo tornaconto. Questi sono tutti
temi di grande rielvanza, e come già detto sono stati trattati in maniera ben
più eccellente da autori di prestigio, prima fra tutte mi viene in mente la
Bellonci. Comunque devo riconoscere che verso il termine della lettura di
questo secondo romanzo, la Russo è riuscita a riproporre un qualcosina di
quella malinconia che la Bellonci sa esporre così bene quando racconta il
declino di una importante casata o signoria. Soprassedendo qualche banalità, ho
trovato un po' anche qui l'emozione dell'andare a caccia di fantasmi tra
vecchie pergamene e pietre ormai mute ma che ne hanno viste di tutti i colori,
e il piacere di scoprirli, quei fantasmi, sempre tutti imparentati tra loro,
da' la sensazione di leggere ogni volta un nuovo capitolo della stessa unica
grande favola, e quasi quasi, per il fatto di esser qui a rievocarli, di fare
anche io un po' parte della famiglia.
"Questa lettera di Giovanni da
Casale mi ha sempre sconcertato e spaventato, come se racchiudesse al suo
interno una forza cupa e misteriosa, un'urgenza che mi inorridisce e mi attrae
al tempo stesso. Mi sembra che, con la sua orrida potenza visionaria, racchiuda
in sé il mistero dell'eterno alternarsi delle vicende umane, l'inspiegabilità
del nostro destino, la sua insondabile caducità e mutevolezza."
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