Un librino che racconta come le cose
cambiano, le cose nuove e più grandi tendono a fagocitare quelle più storiche e
piccole. Dicesi anche: globalizzazione. Parte bene, peccato che procedendo
verso il finale si sgonfi un po'. Comunque devo riconoscere che in un centinaio
di paginette scarse, riesce a trasmettere il senso di angoscia e di catastrofe
imminente, a causa di questa super globalizzazione e super digitalizzazione,
anche meglio di quanto sia riuscito a fare Eggers, ad esempio, con un romanzo
ben più corposo.
Quoto chi lo ha descritto un
tragicomico divertissement: cortino e leggerino ma comunque fa riflettere. Non
ho letto Fahrenheit 451, quindi del paragone con questo non posso dire; un
lontano collegamento con "1984" si può individuare nel momento in cui
la nuova mega-casa editrice impone i temi utilizzabili per i nuovi romanzi e
cerca di candeggiare il linguaggio dei classici in ristampa. Non è mica tutta
fantascienza, visto che la super-fusione tra le case editrici già c'è, e i
classici in edizione tascabile e riassunta già ci sono. Ma il senso di angoscia
che il racconto mi ha trasmesso non è tanto, o non soltanto, relativo al mondo
dell'editoria e della letteratura, quanto alle prospettive generali di quello
che conosciamo bene e abbiamo sempre creduto immutabile. Ci sono centinaia di
luoghi, persone fisiche e perché no, anche persone giuridiche (ovvero aziende e
associazioni) che ogni giorno noi consideriamo solidi e immutabili, eppure
potrebbero obiettivamente e ragionevolmente sparire da un giorno all'altro.
Ormai niente e nessuno è più da ritenersi immune, nessuna conquista va
considerata come assodata. Mi ha fatto effetto il passaggio dove si racconta
che la sede della vecchia casa editrice non esiste più. "La strada, il
civico erano gli stessi, ma il palazzo familiare di fine '800 che ogni volta lo
accoglieva e gli ricordava che il suo editore ci sarebbe sempre stato, solido
come un faro pronto ad affrontare le offese del tempo e gli sconquassi delle
crisi, quel palazzo non c'era più. In meno di un settimana era stato fagocitato
da un cappuccio di cristallo scuro".
Si inizia banalmente osservando i
negozi "addobbati con pipistrelli e zucche, seguendo la moda che aveva
sostituito l'antica festa dei morti con quella più prosaica e consumistica di
Halloween". Ci pensavo giusto dieci giorni fa, mangiano gli ossi dei
morti*). Uno dice: e che male c'è, nel fare un po' di baldoria con una
carnevalata? E soprattutto, perché vorresti privare un bambino di una festa e
un divertimento? E così son già passata dalla parte del torto, una che vuole
togliere il gioco ai bambini è la cattiveria personificata…
E trasportando questo principio più
in grande, mettendo al posto dei bambini gli adulti consumatori, si perpetua il
meccanismo: con la scusa di dare alla gente quel che loro piace e che non c'è
niente di male, con la scusa del "noi siamo una famiglia" e di
"responsabilità, amore di azienda e finalizzazione" ogni cosa nella
vita quotidiana delle persone, diventa tutta lo stesso minestrone. Riassumendo:
le magnifiche sorti e progressive non sono cosa del tutto negativa, ma neanche
tutta positiva: come sapremo sfangarcela restando ragionevolmente nel mezzo? Il
libro chiude con un finale banale, quindi non intende mostrare soluzioni, ma
solo spunti di riflessione.
*)per chi ha tradizioni diverse da
quelle parmensi: l'osso dei morti è un biscotto a forma di osso, che si mangia
per l'appunto nel giorno della ricorrenza dei morti.
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