giovedì 3 novembre 2016

Poveri e semplici - Anna Maria Ortese


Nel primo racconto, che da' il titolo al volume, lo stile della Ortese non mi conquista granché, con tutti quei punti esclamativi e quel tono di narrazione vagamente sognante. Però l'atmosfera bohemienne della Milano dell'immediato dopoguerra è ben restituita attraverso il suo racconto, e così pure i moti ondeggianti nell'animo di questa gioventù vagamente intellettuale ma che subisce indifesa gli influssi della stagione, del tempo e degli imprevisti. Questa volubilità dei protagonisti, questi umori ondivaghi, rendono la lettura piuttosto lenta. Il tutto si riferisce agli anni del boom, oppure immediatamente precedenti, eppure non so perché ci sono atmosfere che mi danno la sensazione di essere più applicabili alle difficoltà odierne. Ed in effetti, ricollegandomi a temi di attualità (difficoltà economiche, movimento migratorio da sud verso nord) e ripensando a letture recenti, l'appartamento di via San Celso dove si svolge la vicenda - in cui si rielaborano elementi autobiografici - raccontata dalla Ortese, con il suo povero arredamento e la sua atmosfera letteraria, somiglia molto alla stanzetta dove si troverà qualche anno dopo Bianciardi e che sarà descritta in "La vita agra".  C'era un qualcosa, nell'aria di Milano, che hanno ben colto entrambi, solo che nella prima c'è un ottimismo che poi sparirà nel secondo. Sebbene il racconto narri l'incontro e l'innamoramento tra la scrittrice Bettina e il giornalista Gilliat, quello che ne emerge con forza è una unità di affetti e legami costituita da una famiglia allargata e non convenzionale, fatta non di legami di parentela ma solo di fratellanza, comunanza, amicizia, dove lo zio di uno diventa lo zio di tutti, la mamma di uno è la mamma di tutti, un gruppo di persone che da un lato sono state messe insieme dal caso, eppure dall'altro lato si può dire che esse si siano scelte come famiglia e vivono un legame più forte e duraturo delle tante difficoltà che la vita può mettere loro di fronte. L'atmosfera di questa piccola compagnia, di questa piccola "comune" è quel che più ho apprezzato del libro intero.



Il secondo racconto è a dir poco faticoso: il tono della narrazione è meno ingenuo e sognante, molto più solido e strutturato, quasi formale, con un periodare ricco e complesso. Però non sono stata in grado di cogliere le allegorie che la Ortese intendeva proporre. E senza capire le allegorie, quel che resta è solo una strana fiaba narrata con un tono serio e importante, una trama arzigogolata e difficile da seguire nello slalom tra realtà e visioni, atmosfere demoniache che in assenza di valida giustificazione sembrano solo trovate halloweeniane, e contorte dissertazioni filosofiche sul bene e sul male e sulla compassione verso gli esseri più deboli e sulla natura del creato tutto, se esso sia da intendersi come buono o cattivo. Prendendola così com'è, cioè una favola originale, lì per lì mi pareva di apprezzarla più di quel che credevo inizialmente: l'iguana del titolo e "Ocaña", il nome dell'isola immaginaria su cui è ambientata la favola, dapprima non mi ispiravano granché, poi per un poco mi hanno incuriosita, e invece, una lettura davvero faticosa… evidente come l'ampollosità,  la ridondanza con cui è raccontata la favola dell'iguana siano la scimmiottatura, la canzonatura di qualcuno o qualcosa… ma chi, o cosa? A lungo andare, procedere nella lettura senza poter dare risposta a queste domande, si è fatto pesante. Ci arrivo in fondo con la vaga curiosità di sapere come va finire la storia - quel poco di trama che ho compreso - ma senza nessuna vera empatia, nessun vero sentimento verso alcuno dei personaggi. Ho provato infine a leggere la prefazione di Alfonso Gatto, per cercare di farmi un'idea del significato di questo ammasso contorto di allucinazioni, ma ci ho capito ancora meno.

Quattro stelle stiracchiate al primo racconto, una stella a tre punte per il secondo. Media: due.

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