Lettura per niente facile. Mi chiedo
perché insisto a leggere Hugo se poi ogni volta mi ritrovo ad affermare che
preferisco Dumas rispetto Hugo. La prefazione di Jean Gaudon definisce i
romanzi di Dumas "trastulli infarciti di cose inverosimili": mi sento
di difendere Dumas, o per lo meno bisogna mettere Hugo nella sua stessa barca,
Hugo ama troppo (ben più di Dumas) fare incontrare o re-incontrare i suoi
personaggi grazie all'inserimento, nelle sue trame, di coincidenze talmente
formidabili e improbabili che neanche un sei al superenalotto. Ma è il bello di
questi romanzi un feuillettoneschi, le improbabilità sono quel che occorre per
gustarsi i personaggi.
Differenze
e similitudini con "I Miserabili": Una trama che poteva essere brillantemente raccontata
in un centinaio di pagine viene dilatata inverosimilmente per divenire un
compendio enciclopedico del tempo e dei luoghi in cui si svolge la vicenda ma
anche del tempo e luoghi in cui Hugo sta narrando. Una trama, originale per
carità, seppur non priva di forzature, che però non decolla mai: i personaggi
vengono introdotti - raccontando pochi episodi e dialoghi e invece con grande
quantità di motti, sentenze e aforismi - e poi lasciati immobili e inattivi sul
palcoscenico ad attendere che il loro autore abbia finito con la digressione
del momento. Si inizia a leggere il romanzo, ma fino a pagina trecento non si
avrà nessuna sensazione di inizio dell'azione. A seconda del punto di vista,
questo modo in cui Hugo costruisce i suoi romanzi, può essere considerato un
talento superiore oppure un trucco per nascondere una mancanza di talento.
Concordo in larga parte con l'analisi di Pantaleo Magrone qua sotto: il volume
contiene circa cinquanta pagine di trama diluite in settecento; duecento pagine
di saggio storico che traveste l'erudizione da cultura; e un
quattrocentocinquanta pagine di zibaldone motteggiante e vagamente esasperante.
Il fatto è che - e in questo discordo da Pantaleo Magrone - questa è la stessa
identica struttura, stessa identica ricetta de "I Miserabili": dunque
io direi che se si è apprezzato l'uno, si amerà anche l'altro, e viceversa se
qualcosa ha disturbato in uno dei due titoli, lo stesso disturbo lo si
ritroverà anche nell'altro. "L'uomo che ride" è più cupo di
"Notre Dame de Paris" e de "I Miserabili", non c'è la
speranza, non c'è redenzione, qui non c'è una carnevalesca corte dei miracoli,
in compenso c'è una discreta carrellata di burberi misantropi. Hugo che esce
dal territorio di Francia non scende dalla cattedra, non smette quella sicumera
nel voler sfoggiare cronache e statistiche a tutti i costi (ed è appunto quel
che non mi era piaciuto ne "I Miserabili"), sfoggiare figure
retoriche e pagine e pagine di filosofia ripetendo cento volte la stessa frase
con cento sinonimi diversi, ma offre un buon punto di vista sul seicento, con
la Storia vista anche dalla parte dei miserabili che lui ha già dimostrato di
conoscere così bene.
Principalmente sotto questo punto di
vista è il seguito de "I Miserabili": Hugo non sa trattenersi dal far
sfoggio della sua vasta erudizione e del suo imponente lavoro con un'infinità
di citazioni e dissertazioni e digressioni e riflessioni filosofiche e
storiche, una quantità di aneddoti di cronaca e costume, inglesi e francesi,
sia riferiti all'epoca della narrazione (XVII sec) che riferiti all'epoca in
cui Hugo scrive (XIX sec). In questo mare di date e nomi, galleggia una trama
certamente appassionante, e come sempre fatta di formidabili coincidenze che
ricompongono la vita di un uomo, in Inghilterra, a cavallo tra la fine del
seicento e l'inizio del settecento, figlio di un Lord inglese esiliato, che la
casualità del destino farà precipitare negli abissi più neri della disgrazia,
per poi risollevarlo nell'olimpo più alto e poi precipitarlo nuovamente in
disgrazia e così via fino alla tragedia finale.
Novità rispetto la lettura de
"I Miserabili": "L'uomo che ride" è da leggersi tenendo a
fianco non solo il dizionario ma anche il Systema Naturae di Linneo:
compariranno nomi di specie mai sentite nominare nemmeno da Piero Angela. E intanto
che uno si interrompe per consultare, la lettura ovviamente non è che ci
guadagni in scorrevolezza. Però sono andata avanti ugualmente: questo romanzo è
impregnato di un'ironia amara e polemica, e quindi in questo senso mi sono
divertita perché preferisco questa ironia amara e polemica al sorridente
positivismo de "I Miserabili".
Altra differenza: capitoli brevi,
frasi brevissime, per quanto riguarda lo stile narrativo c'è una sensibile
diversità rispetto "I Miserabili".
Se "I Miserabili" è un
gran caleidoscopio, "L'uomo che ride" è una tempesta, non c'è che
dire, e sballotterà il lettore come un guscio di noce tra i flutti.
Temi: Si rincorrono i motivi già presenti
nelle altre opere di Hugo: il contrasto tra miseria e nobiltà, il contrasto tra
una splendida e giovane fanciulla ed un deforme reietto dalla umana società. Il
tema dell'identità: quanto contano un nome, gli avi e un titolo nel definire
l'identità di una persona? E quanto conta invece il suo volto, nel definire la
sua identità, in rapporto con la sua etica e la sua anima? Stavolta i giochetti
tipici di Hugo nell'introdurre i personaggi senza veramente presentarli, senza
svelarne l'identità, salvo poi lasciarla intuire abbondantemente, sono quasi
giustificati. Mirabili giochi di specchi, dei veri manierismi cinquecenteschi,
contrappongono o giustappongono un naufragio iniziale con un annegamento
finale; poveri saltimbanchi con ricchi buffoni; una dea di fatto con una Dea di
nome; la cecità dell'occhio e la cecità dell'anima; lo sproloquio con il
silenzio; il labirinto di una prigione con il labirinto di un sontuoso palazzo;
la felicità che si manifesta nella lotta e nel disagio contro la disgrazia che
giunge suadente come una carezza.
L'ironia polemica di Hugo si
sofferma molto sulla filosofia del diritto, il tema politico è molto presente
(come suggerito dal titolo originale dell'opera: "Per ordine del
Re"), e fa sì che questo romanzo di Hugo sia più autobiografico di altri,
e anche più attuale: il povero che ha l'occasione di prendere parola tra i
Lord, tra i componenti di una autentica casta, ha molto in comune con quello
che stiamo vedendo in questi anni in cui privati cittadini, senza nessuna
tessera di partito, hanno avuto occasione di sedere in parlamento, sbandierando
a destra e a sinistra che, grazie al loro percorso partito dal basso e non
dall'alto, avrebbero aperto la camera come una scatoletta di tonno. Questo era
l'inizio, poi la realtà quotidiana ci ha mostrato qualcosa di diverso, così
come la realtà si dimostra diversa al ragazzo povero e deforme che si era
immaginato di fare una rivoluzione. Per non dire della collusione tra potere
regnante e bande di malaffare, una vera e propria simbiosi allora come oggi.
La validità del racconto e della sua
trama si misura comunque dal fatto che, pur conoscendo la storia in anticipo,
si legge con curiosità di andare oltre e la tensione non viene a mancare mai -
a parte le interruzioni per consultare Linneo…
Ma se si ha la capacità di digerire
le prime cinquecento pagine, allora le ultime duecento regaleranno un finale
molto intenso: il discorso del buffone alla camera dei Lord mi ha a dir poco
colpito, le sfaccettature e i significati di quella scena e di quelle parole
sono veramente infiniti, pur con un certo anacronismo, la cupa scena contiene
una tristezza e un pessimismo attuali e incredibili.
Giudizio complessivo: buono, è
certamente una lettura che merita, e tanto più merita in quanto impegna il
lettore, anche se infondo mi ha confermato nella mia idea che Hugo non è il mio
preferito.
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