La falconeria mi ha sempre
affascinato. Qualche anno fa mi sono incantata ad osservare da vicino le
manovre di un gruppo di falconieri con i loro volatili, alla festa di Campora,
e mi è balenata in mente l'idea di iscrivermi anche io ad una scuola di falconeria.
Avendo per marito un cacciatore impenitente che in parte si duole per il mio
completo disinteresse verso l'attività venatoria, quando mi sono illuminata
alla vista dei rapaci, poco c'è mancato che me ne procurasse uno - non certo
per farmi un regalo ma piuttosto sperando in un futuro supporto e diversivo
nella caccia alla lepre.
Questo è dunque il diario
dell'esperienza di addestramento di un astore, e chissà se io con un poianone o
un gallinaccio qualsiasi avrei saputo fare altrettanto. Non lo credo, né per
quanto riguarda il diario, né a riguardo dell'addestramento.
Diario che è stato dichiaratamente
scritto per poter essere pubblicato e consentire così all'autore di
raggranellare qualche soldo, quel tanto che gli potesse consentire di
mantenersi nella sua libertà e nella sua selvaticità nella campagna inglese,
senza un vincolo o un padrone, libero di dedicare tutto il suo tempo e il suo
impegno alla caccia e alla falconeria: dunque un libro dove, un po' come ne
"La Storia infinita" di Ende, contenuto e contenitore si incrociano e
si inseguono in un loop senza inizio e senza fine. A volergli attribuire un
qualche significato aggiuntivo, lo si potrebbe affiancare a Thoreau, oppure
anche a tanti altri libri pubblicati in questi ultimi anni in cui si raccontano
le esperienze di chi si vuole distaccare, in tutto in parte, dalla civiltà
moderna e caotica, per riscoprire un diverso spirito nel contatto con la natura
e con i ritmi quotidiani. In questo, si può dire che White sia stato uno dei
precursori, avendo egli raccontato la sua esperienza nel primo dopoguerra.
E' un diario, ma di quando in quando
porta sul racconto in terza persona, per meglio sottolineare l'intento ironico
o polemico, a seconda del momento. White è ironico in maniera pungente (nei
confronti di se stesso, degli altri uomini, del falco, della natura, della
storia, della guerra), e impeccabile come etologo. C'è tutto il sentimento del
rapporto uomo-animale domestico: ognuno leggendo ritroverà qualcosa del
rapporto con il proprio cane o gatto. Spassosissima la sfilza di appellativi ed
epiteti con cui l'autore si rivolge al suo astore, pensavo di essere l'unica ad
appioppare al proprio animale nomi e soprannomi a tale ritmo, e invece. Poi c'è
anche tutta l'emozione e il mistero del rapporto con l'animale selvatico,
l'intraducibile "call of the wild", che mi ha fatto ripensare al
libro di Rong, Il totem del lupo, dove il protagonista si cimenta
nell'addestramento di un lupetto per giungere alla conoscenza dell'animo
profondo della prateria mongola. E in effetti anche l'astore si presta bene
come simbolo di un mondo "sommerso" o scomparso, come totem delle
teutoniche foreste e montagne, sia per l'immagine che per il suo carattere.
Sono in parte d'accordo con tutti
coloro che hanno scritto che si tratta di una storia d'amore. Tra un uomo e un
pennuto, ok, ma sempre sentimento è - per quanto l'autore si affanni a ribadire
che nella falconeria il sentimento non conta, per lui è solo psicologia, ma dal
suo stesso racconto emerge tutt'altro. Come in tutte le storie d'amore ci sono
i momenti entusiasmanti e i momenti burrascosi. E in questo libro i sentimenti
emergono bene, bisogna riconoscerlo: a volte contrastanti, magari non per tutti
comprensibili e/o condivisibili, ma sentimenti veri e sinceri. E' un racconto
tutto fatto di eventi minimi per non dire insignificanti, eppure riesce ad
essere coinvolgente. I passaggi bucolicamente poetici si alternano a
riflessioni filosofiche un po' spicciole e volte anche un po' noiosette.
All'inizio ero letteralmente entusiasta, poi, procedendo con la lettura,
l'euforia è andata un po' scemando. Non che le considerazioni sulla guerra e
sull'umanità intera non siano interessanti, arrivo benissimo a comprendere e in
parte anche a condividerne i punti di vista fortemente misantropici; ma con
tutta la faccenda dell'astore, volendo essere un po' distaccati e obiettivi,
c'entrano come i cavoli a merenda, e se collocate in altra sede tutte queste
riflessioni potevano avere ben altro rilievo e approfondimento. D'altro canto,
ora mi chiedo, senza qualche considerazione e condimento un po' fuori dal
seminato, non sarebbe diventato allora un resoconto anche più noioso? Gli
sbalzi di umore così come le divagazioni di ogni tipo sono perfettamente
riconducibili alla categoria cui appartiene l'opera: un diario in tutto e per
tutto, appunto.
Dunque, chi cerca la corposità e
l'intreccio di un romanzo, dovrebbe rivolgersi altrove. Chi invece vuole
gustarsi una lettura lieve, piacevole e rinfrescante, si deve accomodare perché
è arrivato nel posto giusto. Farebbero meglio ad astenersi gli animalisti
ipersensibili, gli iscritti a LAV, Enpa and so on: ne ricaverebbero solo una
ulteriore irritazione rispetto a tutte quelle cose già grandemente irritanti
che possono vedere ogni giorno.
Finale un po' forzato, l'autore sembra non sapere
esattamente come chiudere il discorso. Sarà che di storie di cacciagione ne ho
già sentite talmente tante da averne sopra la cima dei capelli… finisco per
togliergli una mezza stellina.
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