Ultimamente l'accoppiata
Sellerio-vincitore premio Campiello funziona piuttosto bene: Fontana con
"Morte di un uomo felice", Balzano con "L'ultimo arrivato",
e allora decido di provarne un altro, ché non c'è due senza tre. E devo dire
che anche il terzo ha funzionato: qui c'è chi lo ha definito insipido e
incompiuto, a me invece è parso aggraziato, ha un tono e uno stile
perfettamente intonati con quello che intende esporre. Perché se si sceglie di
raccontare la prima guerra mondiale non dal punto di vista della trincea o
della cengia ma, come in questo caso, dal punto di vista di chi è rimasto al
paese (dunque bambini e giovani, vecchi, donne, storpi e imboscati), salvo poi
vedersi piombare addosso la linea del fronte; e più nello specifico raccontare
cosa accadde a Villa Spada, dimora della famiglia omonima, signori del paese di
Refrontolo nel trevigiano, allora a mio avviso non si può proprio fare altro
che scegliere una prosa aggraziata e un tono composto. Ne consegue che non ci
sono formidabili colpi di scena, il crescendo verso il finale è impercettibile
e non prende mai ritmi precipitosi; le scene di sangue, di stupri e di
disperazione sono prevalentemente lasciate dietro una porta socchiusa, dietro
un angolo o uno spioncino, e soprattutto dietro riflessioni pacate. Questo non
significa che il libro non invogli alla lettura, tutt'altro, ha richiesto un
maggior lavoro di cesello per ricostruire atmosfere e stati d'animo, e questo
lavorìo fa ingranare bene la marcia della lettura. L'atmosfera che si trova in questo libro è
proprio quella del Treves che c'è in copertina, luci soffuse dentro grandi
stanze silenziose, il cielo pesante di novembre, la campagna tutta col fiato
sospeso ad ascoltare le cannonate in lontananza. I personaggi, pur non essendo
coinvolgenti in maniera memorabile, sono tutti ben pennellati.
"Le vittorie hanno ben poco da
dire, è la sconfitta che insegna."
Gli episodi di guerra, sia i
massacri delle battaglie che le impiccagioni o fucilazioni, sono un po' tutti
figli dell'episodio in cui Lussu osserva un ufficiale nemico da una postazione
nascosta e alla fine si rifiuta di sparargli così a bruciapelo, tentando di
sviscerare la distinzione tra operazione di guerra e omicidio. Chi cerca
riflessioni sull'istinto umano del guerreggiare, e all'interno di esso le
distinzioni tra uomini e donne, o i paragoni tra uomo e animale, ne troverà a
iosa: si sottolineano frasi interessanti un po' lungo tutto il libro.
L'infatuazione di Paolo per Giulia richiama "Il giardino dei
Finzi-Contini" e un po' anche "Il garofano rosso" di Vittorini.
Raccontato interamente dal punto di
vista del diciassettenne Paolo, i turbamenti e gli imbarazzi della giovane età
sono piuttosto abbozzati, ma del resto non mi pare fosse tanto quello l'oggetto
su cui l'autore intendeva mettere a fuoco il suo discorso, quanto le atmosfere
di greve attesa e il gusto per vaghe manovre di cospirazione e operazioni dei
servizi informativi nei momenti cruciali del crollo di un impero e della
nascita di nuovi confini e di una nuova società. Forse non sa essere avvincente quanto avrebbe
voluto, ma avvolgente sì: assolutamente ben scritto, fluente, descrive il
tramonto di una élite fatta di compostezza ed eleganza che, come tutte le altre
classi, soccombe al tritasassi della guerra. Mi si potrebbe rispondere con
un'alzata di spalle, che questa élite è stata ben presto sostituita da un altro
genere di casta e che dunque non ci abbiamo né perso né guadagnato. Beh,
ribatto io, sarà il fascino dell'antico, o forse solo il rispetto per i morti,
ma almeno quelli non erano ignoranti e sguaiati come i sergenti e i capetti di
oggi.
"Ma quando i nostri modi
cortesi non ci saranno più, quando il superfluo verrà disprezzato, e la fretta
sarà la sovrana del mondo, uomini sciocchi e brutali avranno lo scettro e così,
quando il diluvio verrà, l'arca non sarà stata approntata."
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