Bella autobiografia, bella storia di
formazione, anche se gli americani non si smentiscono, qualsiasi pietanza ti
cucinino ci devono spalmare un po' di peanut butter. Almeno un pochettino.
Per una volta, la traduzione del
titolo è migliore dell'originale: "The tender bar" mi pare
approssimativo, invece "Il bar delle grandi speranze" è pienamente
allusivo alla storia di un ragazzino alle prese con la faticata di crescere e
diventare uomo nell'America degli anni settanta e ottanta - tra i problemi
economici della madre e il problema dell'assenza del padre - e si arricchisce
ancor più di significato se si considera che il bar in questione portava
sull'insegna l'importante nome di "Dickens".
A metà strada tra i Simpson e Safran
Foer, tra John Fante e Frank McCourt, questa autobiografia centra il segno
perché pur avendo molto spirito americano - il che mi ha fatto subito drizzare
i baffi, come dicevo poc'anzi - al tempo stesso ha una scrittura impeccabile;
il narratore JR è il protagonista, ma sin dall'inizio la voce del ragazzino di
sette-otto anni non è finta né petulante. L'autore adulto si cala nel punto di
vista di sé stesso bambino e vi discende fino al punto esatto e perfetto: un
gradino di più o un gradino di meno avrebbero reso la lettura facilona e poco
gradevole, e invece non ci sono banali spiritosaggini, non ci sono cose prive
di senso compiuto in stile "ciucciami il calzino" e quant'altro, e
del resto non c'è neanche melensaggine. Ma allora, di cosa è fatto questo
racconto? E' fatto di vita quotidiana, senza nessuna pretesa di farla apparire
eccezionale. Un quartiere dormitorio e un bar sono quanto di più quotidiano si
possa trovare nella vita di ognuno. E il bisogno di sentirsi parte di un
qualcosa, che sia una famiglia o una combriccola, il bisogno e la forza di
questo genere di abbraccio è davvero ben raccontato. Compaiono il tema delle
dipendenze dall'alcool e dalle scommesse , il senso di inadeguatezza di fronte
a chi ci sembra avere maggiore talento, maggior fortuna e successo di noi; e un
certo amore per la cultura, sia pure se diluita nelle conversazioni da bar e
dunque una cultura a volte ridotta a mero 'oggetto' da collezione ed
esibizione, argomento da sfoggiare per far colpo sul pubblico più eterogeneo.
Buono anche il racconto degli anni successivi, con il college e i primi
lavori e i primi amori del protagonista,
il tutto portato avanti con un tono pacato che mi ha ricordato
"Incanto" di Pietro Grossi. Non una pietra miliare della letteratura,
ma comunque un ricordo in positivo.
In fin dei conti dev'essere pur vero
che là, in America, uno inizia a lavorare come fattorino del New York Times e
in seguito trova una chance per diventare giornalista di prim'ordine. Si sa che
da noi le cose sono un tantino diverse, è anche per questo che quando il
"vincismo" americano viene troppo sbandierato, inizia a darmi sui
nervi. Come giustamente osserva @Trenette65 tra le altre recensioni, il sogno
americano è uno dei temi principali della storia, questa cosa che se uno ci
crede veramente e si sforza di raggiungere l'obiettivo al punto da raccontarsi
delle bugie, può ottenere qualsiasi cosa: ma devo riconoscere che qui non è
proposto in maniera sfacciata, è una ragionevole parte del racconto.
E infine, l'undici settembre: dopo
due o tre volte che ho visto nominare, così en passant, le torri gemelle e il
world trade center… avevo già capito dove si andava a parare. Con tutto il
rispetto per coloro che sono morti - e sono tanti - in una simile tragedia, e
con tutta la comprensione per chi la tragedia l'ha vissuta più da vicino
rispetto a noi che siamo dall'altra parte dell'oceano, nonostante tutto credo
che il cinema e la letteratura continuino a ravanare intorno a quell'evento
solo perché è stato un colossale evento mediatico. Prova ne sia il fatto che
per tutti quelli morti in Afghanistan o in Iraq o chissà dove in seguito a
bombardamenti più o meno direttamente collegati all'attentato, per quelli non
si commuove nessuno. Forse solo perché loro non hanno fatto in tempo a mandare
nessun sms e nessun messaggio in segreteria. O più semplicemente perché
esistono morti di serie A e di serie B.
Ma alla fine della lettura rimane
comunque in bocca un buon sapore, ci si è affezionati al bar e ai suoi
avventori, e mi ritorna in mente quel che già scrivevo nelle recensioni alla
trilogia di McCarthy: quella sensazione di sottofondo, quella percezione che in
fondo al tunnel resta sempre la possibilità di chiudere tutto e andarsene da
un'altra parte a ricominciare daccapo, questo "it's no crime to
escape", è sempre avvincente e coinvolgente.
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