martedì 25 aprile 2017

Il bar delle grandi speranze - J.R. Moehringer


Bella autobiografia, bella storia di formazione, anche se gli americani non si smentiscono, qualsiasi pietanza ti cucinino ci devono spalmare un po' di peanut butter. Almeno un pochettino.

Per una volta, la traduzione del titolo è migliore dell'originale: "The tender bar" mi pare approssimativo, invece "Il bar delle grandi speranze" è pienamente allusivo alla storia di un ragazzino alle prese con la faticata di crescere e diventare uomo nell'America degli anni settanta e ottanta - tra i problemi economici della madre e il problema dell'assenza del padre - e si arricchisce ancor più di significato se si considera che il bar in questione portava sull'insegna l'importante nome di "Dickens".

A metà strada tra i Simpson e Safran Foer, tra John Fante e Frank McCourt, questa autobiografia centra il segno perché pur avendo molto spirito americano - il che mi ha fatto subito drizzare i baffi, come dicevo poc'anzi - al tempo stesso ha una scrittura impeccabile; il narratore JR è il protagonista, ma sin dall'inizio la voce del ragazzino di sette-otto anni non è finta né petulante. L'autore adulto si cala nel punto di vista di sé stesso bambino e vi discende fino al punto esatto e perfetto: un gradino di più o un gradino di meno avrebbero reso la lettura facilona e poco gradevole, e invece non ci sono banali spiritosaggini, non ci sono cose prive di senso compiuto in stile "ciucciami il calzino" e quant'altro, e del resto non c'è neanche melensaggine. Ma allora, di cosa è fatto questo racconto? E' fatto di vita quotidiana, senza nessuna pretesa di farla apparire eccezionale. Un quartiere dormitorio e un bar sono quanto di più quotidiano si possa trovare nella vita di ognuno. E il bisogno di sentirsi parte di un qualcosa, che sia una famiglia o una combriccola, il bisogno e la forza di questo genere di abbraccio è davvero ben raccontato. Compaiono il tema delle dipendenze dall'alcool e dalle scommesse , il senso di inadeguatezza di fronte a chi ci sembra avere maggiore talento, maggior fortuna e successo di noi; e un certo amore per la cultura, sia pure se diluita nelle conversazioni da bar e dunque una cultura a volte ridotta a mero 'oggetto' da collezione ed esibizione, argomento da sfoggiare per far colpo sul pubblico più eterogeneo. Buono anche il racconto degli anni successivi, con il college e i primi lavori  e i primi amori del protagonista, il tutto portato avanti con un tono pacato che mi ha ricordato "Incanto" di Pietro Grossi. Non una pietra miliare della letteratura, ma comunque un ricordo in positivo.



In fin dei conti dev'essere pur vero che là, in America, uno inizia a lavorare come fattorino del New York Times e in seguito trova una chance per diventare giornalista di prim'ordine. Si sa che da noi le cose sono un tantino diverse, è anche per questo che quando il "vincismo" americano viene troppo sbandierato, inizia a darmi sui nervi. Come giustamente osserva @Trenette65 tra le altre recensioni, il sogno americano è uno dei temi principali della storia, questa cosa che se uno ci crede veramente e si sforza di raggiungere l'obiettivo al punto da raccontarsi delle bugie, può ottenere qualsiasi cosa: ma devo riconoscere che qui non è proposto in maniera sfacciata, è una ragionevole parte del racconto.

E infine, l'undici settembre: dopo due o tre volte che ho visto nominare, così en passant, le torri gemelle e il world trade center… avevo già capito dove si andava a parare. Con tutto il rispetto per coloro che sono morti - e sono tanti - in una simile tragedia, e con tutta la comprensione per chi la tragedia l'ha vissuta più da vicino rispetto a noi che siamo dall'altra parte dell'oceano, nonostante tutto credo che il cinema e la letteratura continuino a ravanare intorno a quell'evento solo perché è stato un colossale evento mediatico. Prova ne sia il fatto che per tutti quelli morti in Afghanistan o in Iraq o chissà dove in seguito a bombardamenti più o meno direttamente collegati all'attentato, per quelli non si commuove nessuno. Forse solo perché loro non hanno fatto in tempo a mandare nessun sms e nessun messaggio in segreteria. O più semplicemente perché esistono morti di serie A e di serie B.  

Ma alla fine della lettura rimane comunque in bocca un buon sapore, ci si è affezionati al bar e ai suoi avventori, e mi ritorna in mente quel che già scrivevo nelle recensioni alla trilogia di McCarthy: quella sensazione di sottofondo, quella percezione che in fondo al tunnel resta sempre la possibilità di chiudere tutto e andarsene da un'altra parte a ricominciare daccapo, questo "it's no crime to escape", è sempre avvincente e coinvolgente.

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