lunedì 17 aprile 2017

Il tempo migliore della nostra vita - Antonio Scurati


Tre stelle. Purtroppo, mi tocca dichiararmi d'accordo con chi lo ha definito un bignamino della seconda guerra mondiale. E dico proprio "mi tocca" perché mi dispiace, avrei tanto voluto trovare una lettura un po' più avvolgente e avvincente. Però devo ammettere che come bignamino è fatto bene: piccoli aneddoti, piccole citazioni, gli estratti dai roboanti discorsi del pelatone finiscono per diventare spassosi.

Come sempre, è bene specificare: la sufficienza stiracchiata è per il lavoro di Scurati; certo non è rivolta a Ginzburg che già solo per il fatto di chiamarsi Leone ne merita 5/5, di stelle; e certo qui non si assegnano giudizi alla Resistenza o a tutti gli altri movimenti perché sarebbe solo follia. Dunque il mio giudizio è strettamente riferito al libro: più un saggio-cronaca che opera letteraria, a metà strada tra l'avvincente e lo scolastico, beh, in realtà pende più dalla parte dello scolastico, comunque comunica abbastanza bene la passione con cui la ricerca è stata effettuata. A tratti ripetitivo: non so se solo come forma di 'riempitivo', come vezzo poetico o se, più generosamente, come scrupolo nei confronti del lettore per aiutarlo a non perdersi tra tanti nomi e date. Brevi capitoli narrati dalla voce onnisciente dello scrittore alternano il racconto degli eventi nazionali e internazionali, a partire dagli anni trenta a fino al dopoguerra e al "miracolo italiano", con il racconto più specifico della vita di Leone Ginzburg, e con il racconto della famiglia dell'autore. Di tutto un po'. Per il periodo che va dal '40 al '43, le tre linee di narrazione vengono unite in una specie di cronaca-diario, suddivisa per date, dove tutti gli eventi vengono registrati in brevi didascalie, veri e propri catenacci stile agenzia ANSA dell'ultima ora.



Di Leone Ginzburg devo ammettere che non sapevo pressoché nulla. Ricordo bene il padre di Natalia che, in "Lessico familiare", dice di lui: "ma è così brutto"; e ricordo ancor meglio il pudore e la riservatezza con cui lei lo fa comparire tra le sue pagine senza profondersi in dettagli, come se fosse stato immutabilmente prevedibile, un qualcosa di più che destino il fatto che loro due dovessero vivere insieme. Come un qualcosa su cui non c'è niente da raccontare e niente da aggiungere, o forse più probabilmente una ferita mai rimarginata.

Con questa lettura mi sono fatta una migliore idea della figura di Leone Ginzburg, anche se il ritratto che ne emerge rimane comunque piuttosto sfuocato. Non compaiono nessun documento o testimonianza o ricerca inediti, si tratta solo di un lavoro di mixaggio delle fonti esistenti e reperibili presso pubblicazioni tutte più o meno ordinarie. Ciò che manca è quel che nessuno potrà mai più aggiungere: Scurati prova, in modo molto sincero e onesto, a dare una vaga ricostruzione di quelli che possono essere stati alcuni sentimenti e stati d'animo del suo protagonista a partire dai soggetti dei suoi studi e lavori letterari. Se da una parte in questo si apprezza l'intento di non romanzare e non fare della fiction, dall'altra parte resta comunque una discreta forzatura. 



Sin dall'inizio della lettura, annoto queste osservazioni: la scelta di affiancare la storia di un personaggio noto - Ginzburg, per l'appunto - alla vita delle famiglie Scurati e Ferrieri, sconosciuti contadini e operai, anche questa è una medaglia a due facce: da una parte rende l'opera disomogenea, ma dall'altra parte non mi sento criticare tale scelta più di tanto, perché sono accostamenti che a me capita spesso di fare, quando leggo un libro dal taglio storico: ad esempio leggo che la delibera, con cui si accorda al padre di Leone Ginzburg di mutare il nome yiddish in nome russo, è redatta a Pietroburgo nel marzo 1905, e penso a cosa stanno facendo in quel momento i personaggi del romanzo di Belyj che ho da poco concluso, proprio nelle stesse strade.

Mi siedo sul muraglione del castello di Torrechiara e intreccio la mia presenza con quella di tutti coloro che sono passati di lì prima di me.

Altrove leggo di Ranuccio Farnese che 'bisticcia' con Vincenzo Gonzaga, e penso che i miei antenati in quel momento erano lì nei paraggi. Dunque non mi sento di biasimare l'esperimento di Scurati che ha messo per iscritto accostamenti che sono del tutto istintivi e che in ogni caso contribuiscono a ricreare e completare il quadro di un'epoca su cui c'è sempre tanto da dire. Non si aggiunge nulla di nuovo, ma come già osservavo nelle note al libro di Pankiewicz, è bene tornare speso a rileggere di questi anni tremendi e che tuttavia, per chi ha vissuto la propria gioventù in quell'epoca, hanno portato momenti riempiti dell'ebbrezza della resistenza e della libertà. A noi sono stati risparmiati tanti orrori e brutture, mia nonna diceva - traduco dal dialetto - che siamo nati con il sedere appoggiato sul burro, ma a volte mi trovo a pensare che siamo semplicemente e piacevolmente intorpiditi. Il "tempo migliore" del titolo, oltre che alla chiusa di un racconto di Natalia Ginzburg, mi piace associarlo anche a quest'altra idea: quelli sono stati anni terribili, eppure, sotto alcuni aspetti, "migliori". Ora che ho concluso la lettura del libro, mi conforta trovare conferma delle mie riflessioni iniziali, Scurati la pensa alla mia stessa maniera solo sa spiegarsi meglio.

Partendo dalla citazione del racconto di Natalia Ginzburg da cui deriva il titolo: "Allora io avevo fede in un avvenire facile e lieto, ricco di desideri appagati, di esperienze e di comuni imprese. Ma era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m'è sfuggito per sempre, solo adesso lo so". Da qui Scurati va avanti a riflettere: "Può capitare che il lettore venga rapito dalla fuorviante nostalgia per ciò che non ha mai vissuto e mai vivrà, per ciò che si è avuta la grazia di non potere né dovere vivere. E' questo stesso assurdo struggimento che ci coglie - confessiamolo - quando pensiamo alla Resistenza. […] E' indubbiamente un pensiero frivolo, forse addirittura una mancanza di rispetto verso il dolore altrui ma è il pensiero di chi ha vissuto esistenze oziose, è l'abbaglio che ci rappresenta, in cui si specchia il nostro perfido, cosiddetto benessere, […] è lo sproposito di chi non ha mai avuto altro che pace. Rimpiangere il tempo della storia, questo il destino beffardo di chi non ha destino perché vive al tempo della cronaca. La cronaca è diventata, infatti, il criterio generale del nostro sentimento del tempo. Misuriamo su di esso, esclusivamente su di esso, le nostre esistenze. Ed è un metro corto. Da qui quell'altrimenti ingiustificabile senso di oppressione, quell'irosa sensazione di peggioramento che è la speciale condanna toccata a un'umanità sotto ogni altro aspetto privilegiata."

Ed è dunque giusto raccontare qui la storia di suo nonno: "La sua vita di uomo comune, anonimo, insignificante davanti alla grande storia, può e, forse, deve essere narrata accanto a quella gloriosa di Leone Ginzburg. Perché s'illuminano a vicenda, la grandezza dell'uno nella modestia dell'altro e viceversa. E anche perché il discrimine tra fatti memorabili e trascurabili non è poi così ampio."

"Se ci pensi, scopri che i tuoi nonni somigliano a Leone Ginzburg più di quanto tu somigli a loro. […] La loro generazione, come scrisse Pintor, non ebbe tempo di costruire il dramma interiore perché trovò il dramma esteriore perfettamente costruito, la nostra spende ogni santo giorno a costruirsi un dramma interiore non avendo altro che quello."

Dopo queste belle osservazioni, le tre stelle mi diventano quattro.



E visto che qui siamo nel pieno nella generazione che vive solo di cronaca, chiudo doverosamente con una citazione di Pavese del 1940 ma terribilmente profetica: "Tutto questo parlare di rivoluzioni, questa smania di vedere accadere avvenimenti storici, questi atteggiamenti monumentali, sono la conseguenza della nostra saturazione di storicismo, per cui, avvezzi a trattare i secoli come i fogli di un libro, pretendiamo di udire in ogni raglio d'asino lo squillo dell'avvenire."

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