Tre stelle. Purtroppo, mi tocca
dichiararmi d'accordo con chi lo ha definito un bignamino della seconda guerra
mondiale. E dico proprio "mi tocca" perché mi dispiace, avrei tanto
voluto trovare una lettura un po' più avvolgente e avvincente. Però devo
ammettere che come bignamino è fatto bene: piccoli aneddoti, piccole citazioni,
gli estratti dai roboanti discorsi del pelatone finiscono per diventare
spassosi.
Come sempre, è bene specificare: la
sufficienza stiracchiata è per il lavoro di Scurati; certo non è rivolta a
Ginzburg che già solo per il fatto di chiamarsi Leone ne merita 5/5, di stelle;
e certo qui non si assegnano giudizi alla Resistenza o a tutti gli altri
movimenti perché sarebbe solo follia. Dunque il mio giudizio è strettamente
riferito al libro: più un saggio-cronaca che opera letteraria, a metà strada
tra l'avvincente e lo scolastico, beh, in realtà pende più dalla parte dello
scolastico, comunque comunica abbastanza bene la passione con cui la ricerca è
stata effettuata. A tratti ripetitivo: non so se solo come forma di
'riempitivo', come vezzo poetico o se, più generosamente, come scrupolo nei
confronti del lettore per aiutarlo a non perdersi tra tanti nomi e date. Brevi
capitoli narrati dalla voce onnisciente dello scrittore alternano il racconto
degli eventi nazionali e internazionali, a partire dagli anni trenta a fino al
dopoguerra e al "miracolo italiano", con il racconto più specifico
della vita di Leone Ginzburg, e con il racconto della famiglia dell'autore. Di
tutto un po'. Per il periodo che va dal '40 al '43, le tre linee di narrazione
vengono unite in una specie di cronaca-diario, suddivisa per date, dove tutti
gli eventi vengono registrati in brevi didascalie, veri e propri catenacci
stile agenzia ANSA dell'ultima ora.
Di Leone Ginzburg devo ammettere che
non sapevo pressoché nulla. Ricordo bene il padre di Natalia che, in
"Lessico familiare", dice di lui: "ma è così brutto"; e
ricordo ancor meglio il pudore e la riservatezza con cui lei lo fa comparire
tra le sue pagine senza profondersi in dettagli, come se fosse stato
immutabilmente prevedibile, un qualcosa di più che destino il fatto che loro
due dovessero vivere insieme. Come un qualcosa su cui non c'è niente da
raccontare e niente da aggiungere, o forse più probabilmente una ferita mai
rimarginata.
Con questa lettura mi sono fatta una
migliore idea della figura di Leone Ginzburg, anche se il ritratto che ne
emerge rimane comunque piuttosto sfuocato. Non compaiono nessun documento o
testimonianza o ricerca inediti, si tratta solo di un lavoro di mixaggio delle
fonti esistenti e reperibili presso pubblicazioni tutte più o meno ordinarie.
Ciò che manca è quel che nessuno potrà mai più aggiungere: Scurati prova, in
modo molto sincero e onesto, a dare una vaga ricostruzione di quelli che
possono essere stati alcuni sentimenti e stati d'animo del suo protagonista a
partire dai soggetti dei suoi studi e lavori letterari. Se da una parte in
questo si apprezza l'intento di non romanzare e non fare della fiction,
dall'altra parte resta comunque una discreta forzatura.
Sin dall'inizio della lettura,
annoto queste osservazioni: la scelta di affiancare la storia di un personaggio
noto - Ginzburg, per l'appunto - alla vita delle famiglie Scurati e Ferrieri,
sconosciuti contadini e operai, anche questa è una medaglia a due facce: da una
parte rende l'opera disomogenea, ma dall'altra parte non mi sento criticare
tale scelta più di tanto, perché sono accostamenti che a me capita spesso di
fare, quando leggo un libro dal taglio storico: ad esempio leggo che la
delibera, con cui si accorda al padre di Leone Ginzburg di mutare il nome
yiddish in nome russo, è redatta a Pietroburgo nel marzo 1905, e penso a cosa
stanno facendo in quel momento i personaggi del romanzo di Belyj che ho da poco
concluso, proprio nelle stesse strade.
Mi siedo sul muraglione del castello
di Torrechiara e intreccio la mia presenza con quella di tutti coloro che sono
passati di lì prima di me.
Altrove leggo di Ranuccio Farnese
che 'bisticcia' con Vincenzo Gonzaga, e penso che i miei antenati in quel
momento erano lì nei paraggi. Dunque non mi sento di biasimare l'esperimento di
Scurati che ha messo per iscritto accostamenti che sono del tutto istintivi e
che in ogni caso contribuiscono a ricreare e completare il quadro di un'epoca
su cui c'è sempre tanto da dire. Non si aggiunge nulla di nuovo, ma come già
osservavo nelle note al libro di Pankiewicz, è bene tornare speso a rileggere
di questi anni tremendi e che tuttavia, per chi ha vissuto la propria gioventù
in quell'epoca, hanno portato momenti riempiti dell'ebbrezza della resistenza e
della libertà. A noi sono stati risparmiati tanti orrori e brutture, mia nonna
diceva - traduco dal dialetto - che siamo nati con il sedere appoggiato sul
burro, ma a volte mi trovo a pensare che siamo semplicemente e piacevolmente
intorpiditi. Il "tempo migliore" del titolo, oltre che alla chiusa di
un racconto di Natalia Ginzburg, mi piace associarlo anche a quest'altra idea:
quelli sono stati anni terribili, eppure, sotto alcuni aspetti,
"migliori". Ora che ho concluso la lettura del libro, mi conforta
trovare conferma delle mie riflessioni iniziali, Scurati la pensa alla mia
stessa maniera solo sa spiegarsi meglio.
Partendo dalla citazione del
racconto di Natalia Ginzburg da cui deriva il titolo: "Allora io avevo
fede in un avvenire facile e lieto, ricco di desideri appagati, di esperienze e
di comuni imprese. Ma era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso
che m'è sfuggito per sempre, solo adesso lo so". Da qui Scurati va avanti
a riflettere: "Può capitare che il lettore venga rapito dalla fuorviante
nostalgia per ciò che non ha mai vissuto e mai vivrà, per ciò che si è avuta la
grazia di non potere né dovere vivere. E' questo stesso assurdo struggimento
che ci coglie - confessiamolo - quando pensiamo alla Resistenza. […] E'
indubbiamente un pensiero frivolo, forse addirittura una mancanza di rispetto
verso il dolore altrui ma è il pensiero di chi ha vissuto esistenze oziose, è
l'abbaglio che ci rappresenta, in cui si specchia il nostro perfido, cosiddetto
benessere, […] è lo sproposito di chi non ha mai avuto altro che pace.
Rimpiangere il tempo della storia, questo il destino beffardo di chi non ha
destino perché vive al tempo della cronaca. La cronaca è diventata, infatti, il
criterio generale del nostro sentimento del tempo. Misuriamo su di esso,
esclusivamente su di esso, le nostre esistenze. Ed è un metro corto. Da qui
quell'altrimenti ingiustificabile senso di oppressione, quell'irosa sensazione
di peggioramento che è la speciale condanna toccata a un'umanità sotto ogni
altro aspetto privilegiata."
Ed è dunque giusto raccontare qui la
storia di suo nonno: "La sua vita di uomo comune, anonimo, insignificante
davanti alla grande storia, può e, forse, deve essere narrata accanto a quella
gloriosa di Leone Ginzburg. Perché s'illuminano a vicenda, la grandezza
dell'uno nella modestia dell'altro e viceversa. E anche perché il discrimine
tra fatti memorabili e trascurabili non è poi così ampio."
"Se ci pensi, scopri che i tuoi
nonni somigliano a Leone Ginzburg più di quanto tu somigli a loro. […] La loro
generazione, come scrisse Pintor, non ebbe tempo di costruire il dramma
interiore perché trovò il dramma esteriore perfettamente costruito, la nostra
spende ogni santo giorno a costruirsi un dramma interiore non avendo altro che
quello."
Dopo queste belle osservazioni, le
tre stelle mi diventano quattro.
E visto che qui siamo nel pieno
nella generazione che vive solo di cronaca, chiudo doverosamente con una
citazione di Pavese del 1940 ma terribilmente profetica: "Tutto questo
parlare di rivoluzioni, questa smania di vedere accadere avvenimenti storici,
questi atteggiamenti monumentali, sono la conseguenza della nostra saturazione
di storicismo, per cui, avvezzi a trattare i secoli come i fogli di un libro,
pretendiamo di udire in ogni raglio d'asino lo squillo dell'avvenire."
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