In realtà, le api e il miele non è
che siano granché protagonisti in questo romanzo, e tutta quella tirata nella
descrizione qua sopra (linfa degli dèi, ha ispirato i più grandi poeti,
sensazioni morbide, attingere al vaso della dolcezza naturale…!?!) stava meglio
in apertura di un manuale di apicoltura. Ma va bene lo stesso, se voglio vedere
le api vado a guardare quelle di mio suocero, e lo stesso dicasi se mi serve un
chilo di miele. I veri protagonisti del romanzo sono i personaggi, come è
giusto che sia, e sono davvero dei bei personaggi, veri e vivi. Il romanzo si
apre con la riflessione "…come basta un po' di febbre per confondere le
bestie con la gente", così dice uno dei due protagonisti, e invece per
tutta la lettura non ci si confonde nemmeno per un attimo, c'è così tanta
umanità in queste pagine.
Qualcuno tra le recensioni ha notato
una certa somiglianza di questo romanzo con "Le otto montagne" di
Cognetti. E' vero che in entrambi i romanzi c'è l'ambientazione montana, ed in
entrambi c'è una resa dei conti tra due persone, in una stanza con caminetto
acceso. Ma le somiglianze finiscono qui: l'appennino è tutta un'altra cosa
rispetto la Valle d'Aosta, nel bene e nel male; e se nella storia di Cognetti
l'incontro-scontro è tra due amici d'infanzia, qui c'è Giampiero che rispetto a
Davide è un po' amico, un po' zio, un po' fratello e un po' genitore.
Sarà grazie al fatto che è
ambientato proprio dalle mie parti, e quindi ho potuto più facilmente
apprezzare le ambientazioni, i modi di dire tradotti direttamente e qualche
volta grossolanamente dal dialetto, e certe figure e certi gesti tipici di
paese; ma non è solo per questo, è semplicemente che ne ho apprezzato la
scrittura chiara e il suo tono leggermente malinconico, e mi sono sentita in
sintonia con la costruzione della storia: per tutti questi motivi il romanzo mi
risulta gradevolissimo e avvincente, in ogni suo piccolo dettaglio si
percepisce una felicissima ispirazione.
In questo libro ci sono storie
semplici eppure lontane da qualsiasi stereotipo. Tutto il racconto, con le vite
dei protagonisti riferite attraverso parole e pensieri dei due che si trovano
faccia a faccia davanti al camino, in una notte di vento, tutto gira intorno a
una domanda più o meno implicita: quand'è che le cose hanno iniziato ad andare
storte, quando è stato che una situazione apparentemente perfetta ha iniziato
ad incrinarsi? La descrizione psicologica degli stati d'animo, dei non detti e
dei sottointesi, delle piccole e grandi incomprensioni domestiche, le reazioni
di fronte alle sconfitte e alle delusioni: è tutto costruito e descritto in
modo eccellente. Concordo in parte con chi ha osservato che verso il finale il
tentativo di trattenere il fiato e cristallizzare l'attimo si fa un po' troppo
spasmodico e finisce per tirarla un po' per le lunghe.
Forse non sarà proprio la grazia
della lince, quell'ombra che si aggira tra le righe di queste pagine, più
probabilmente è la rusticità e la sorpresa di un gat puf: ed è il suo bello.
Lettura consigliatissma.
"Penseremo a un posto a cui
tornare, che giustifichi le manovre e lo stridore delle ruote sulla ghiaia.
Proveremo l'angoscia di non averlo mai avuto per davvero, e insieme la
rassicurazione di avere fatto quel che potevamo per averlo"
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