Andrea Il Bianco è lo pseudonimo più
da stregone che si possa immaginare, ma sin dalle prime righe del prologo
risulta evidente che colui che ci sta parlando non è tanto stregone quanto
saltimbanco, e ci racconterà una storia a suon di onomatopee, frasi ripetute
come filastrocche, un umorismo molto russo e al tempo stesso molto british,
personaggi e oggetti descritti in modo naïf, raffiche di citazioni e
riferimenti impossibili da cogliere tutti (vuoi perché troppo colti, vuoi
perché troppo astrusi). Perfettamente figlio del suo tempo, l'autore
trasferisce su queste pagine tutta una serie di fantasmi evocati in una seduta
spiritica. E' il libro più funambolico e delirante che abbia mai letto, ma mi
venisse un colpo se non è da cinque stelle. E' farneticante, ma contrariamente
a qualsiasi logica e previsione, si regge perfettamente in piedi: un po' come
quella storia per cui il calabrone, secondo le leggi della fisica e
dell'aereodinamica non dovrebbe poter esser in grado di sollevarsi in aria, ma
lui la fisica e la matematica non le sa, e quindi continua a volare.
E' autobiografia e insieme recherche
di un'identità collettiva, storica e politica e di classe. Brevissime nozioni,
come pennellate decise, introducono il lettore alla geografia e alla storia del
grande Impero Russo. La tragedia della rivoluzione del 1905 - con la guerra
russo-nipponica, il terrorismo, gli scioperi delle ferrovie e i comizi nelle
fabbriche, le cariche dei cosacchi e gli scontri sulle prospettive, le campagne
in rivolta - non fa solo da sfondo ma è a tutti gli effetti il marchingegno che
mette in moto i personaggi, lo spartiacque tra il passato e il futuro, la
contrapposizione tra le geometrie di palazzi e prospettive con l'informe
sregolatezza delle pittoresche isole. Il protagonista della vicenda è
certamente alter-ego del Bianco, e così leggendo il libro si apprende non solo
del suo carattere, delle sue manie e dei suoi difetti e delle sue goffaggini,
ma si conoscono anche i suoi difficili rapporti con il padre, si apprende della
madre assente e dei suoi innamoramenti folli. E ancora una volta, come in altri
libri celebri, il tema del parricidio non sviluppa solo il dissidio interno ad
una famiglia ma anche il discorso politico di rivoluzione contro reazione, ed
anche lo scontro storico che contrappone il passato ed il futuro come dicevo
sopra. Un parricidio che a tratti finisce per apparire come un'eutanasia, sia
nei confronti del vecchio senatore ormai ridotto ad una mummia ambulante, e
anche nei confronti di una casta di burocrati anch'essi incartapecoriti e
avulsi dalla realtà, come dice Ripellino: "quei dignitari retrogradi che
amministrarono la Russia negli ultimi anni dello zarismo". Tutte le
arruffate vicende qui narrate oscillano tra l'allegoria e la semplice
esasperazione della realtà: anche il continuo camuffarsi e mascherarsi dei vari
personaggi, secondo Ripellino rispecchia la realtà dei travestimenti cui
ricorrevano all'epoca gli agitatori e gli sbirri nel darsi vicendevolmente la
caccia. E i loro comportamenti assurdi riflettono l'ansietà delle catastrofi
imminenti, i nervi tesi e l'animo inasprito fino all'isterismo. Ma c'è di più:
sotto una superficie tutta fatta di gusto bambinesco nel descriver melme e
miasmi e insetti ripugnanti e tutto un parlar di emorroidi o di orifizi, dicevo
da sotto questa superficie naïf emerge un grido, che non è il lugubre
uuuuu-uuuuu da alcuni qui già citato, ma è un canto tristissimo, un'urgenza di
descrivere la bellezza e lo splendore ormai svaniti della città di San
Pietroburgo, la Palmira del Nord, la nostalgia per un passato che non tornerà
più, qualunque cosa succeda nel futuro, e il progressivo immalinconire per
l'addensarsi delle nubi nel presente (iniziando a scrivere all'incirca nel
1910, il Bianco non poteva sapere con esattezza cosa sarebbe accaduto di lì a poco,
ma certo i presentimenti non gli saranno mancati, e poi in seguito,
revisionando il romanzo negli anni venti, avrà potuto confermare quelle che
prima erano solo previsioni).
Otto brevi capitoli vanno a comporre
un quadro che è decisamente impressionista per quanto concerne i paesaggi, le
atmosfere della città nordica, le macchie di colore e i rispettivi significati
di ogni colore; e più in particolare un quadro cubista per quanto riguarda le
descrizioni dei personaggi che ivi compaiono, deformi, spezzettati, visti da
più angolature, umani ridotti a semplici oggetti e cose inanimate che vengono
umanizzate e finanche battezzate; ogni singolo episodio rivisto da più
angolature; incubi dell'infanzia che prendono sorprendentemente corpo e vita
proprio sotto gli occhi attoniti dei protagonisti.
La trama è alquanto squinternata e
stagliuzzata: già lo si capisce leggendo, e poi ne da' conferma Ripellino nella
sua prefazione, spiegando che la presente versione del romanzo è parecchio
ridimensionata rispetto la stesura originale. Ma le linee che l'intero quadro
intende comporre non perdono di consequenzialità: per quanto la storia narrata
sia farneticante, le sensazioni che lascia sono nette e decise. Il finale -
contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare perché molti scrittori di
oggi si sentono quasi in obbligo di proporre determinati schemi - non è per
nulla pirotecnico, anzi: dopo un intero libro di evoluzioni verbali e suoni
indiavolati, tutto basato sull'idea di una imminente esplosione, la chiusa
giunge in modo sorprendentemente posato e pacato. Questa lettura è
un'esperienza fulminante e significativa, vale la pena della faticata.
Le mie osservazioni finiscono qui, a
chi vuole capirne qualcosa in più consiglio di leggere la interessante
recensione sul blog "I fiori del peggio". Ora faccio un esperimento
ricopiando alcuni passi che ho sottolineato: mantenendoli nello stesso ordine
così come compaiono nel romanzo, compongono già da soli un poemetto che rievoca
i fasti del passato e le ombre del presente nella città che alla fin fine è la
maggiore protagonista del romanzo.
"Incombevano strane giornate
nebbiose: passava il velenoso ottobre; la polvere volava per la città in bruni
vortici; e docilmente si posava sulla terra la porpora frusciante, per
turbinare e rincorrersi ai piedi degli uomini, e per sussurrare, intrecciando
di foglie le proprie giallo-rosse distese di parole. Tali erano quei giorni. Ti
sei avventurato di notte negli spiazzi deserti dei sobborghi, per udire una
"u" persistente e molesta? Uuuu-uuuu-uuu: così risonava lo spazio; ed
era poi un suono? Il suono di qualche altro mondo; eppure raggiungeva una rara
forza e chiarezza; uuuu-uuuu-uuu: echeggiava sordamente nelle campagne dei
sobborghi di Mosca, Pietroburgo, Saratov: ma non era la sirena delle fabbriche
a sibilare, non c'era vento; e tacevano i cani. Hai udito codesta canzone
ottobrina dell'anno millenovecentocinque?"
"Dopo la pioggia melmosa i
tetti di Pietroburgo si bagnavano nel sole."
"…sotto la figura atteggiata
della statua di Irelli, che allungava le dita verso il crepuscolo, echeggiavano
bisbigli e sospiri, luccicavano le grosse perle delle damigelle a passeggio.
Era di primavera, il lunedì di Pentecoste; l'atmosfera serale si addensava,
vibrando per una poderosa voce d'organo che proveniva dagli olmi dolcemente
assopiti: e di là a un tatto si spandeva una gaia luce verde; là, fra verdi
barbagli, i rosso-sgargianti bandisti del reggimento dei cacciatori, protesi i
corni, riempivano di melodia le adiacenze, facendo vibrare l'etere: hai udito
il languido pianto di questi corni puntati verso l'alto? Tutto ciò è stato; e
non è più…"
"Sopra la Neva fuggiva un
enorme sole di porpora: e gli edifici di Pietroburgo parevano sciogliersi in
leggeri merletti di fumosa ametista; e dai vetri si sprigionava un riverbero
d'oro fiammante; e le guglie avevano un luccichio di rubini; e terrazze e
sporgenze fuggivano in quel mare di fiamme: cariatidi e cornicioni di balconi
di laterizi. […] Imbruniva lentamente una lunga sequela di linee e di muri sul
cielo gridellino che si andava spegnendo, e si accedevano torce sfavillanti; e
si accendevano leggere fiamme. E in tutto ciò risplendeva il passato."
"Osservando il viavai delle
bombette, tu non avresti mai detto che gli avvenimenti tonassero: nella città
di Ak-Tjuk, nel teatro di Kutaisi; a Tiflis la polizia aveva scoperto una
fabbrica di bombe; la biblioteca di Odessa era stata chiusa; nelle università
della Russia erano in corso comizi; si incaponivano di abitanti di Perm'; aveva
cominciato a inalberare bandiere rosse la fonderia di ghisa di Revel...
Osservando il viavai delle bombette, nessuno avrebbe detto che sulla ferrovia
Mosca-Kazan' si fosse iniziato lo sciopero: nelle stazioni la folla fracassava
i vetri, irrompendo nei magazzini delle merci; e sulle linee di Kursk, Vindava,
Nižnyj-Novgorod e Murom veniva sospeso il lavoro; erano fermi i vagoni; e
nessuno avrebbe detto che a Pietroburgo tonassero gli avvenimenti […] La
circolazione però non cessava: fluivano cadavericamente le bombette."
"Il gigante dalla testa di
bronzo aveva galoppato attraverso le epoche sino a quell'attimo, compiendo
l'intero ciclo; era salito al trono Nicola I; e dopo di lui gli Alessandri; ed
Aleksandr Ivanovič,
ombra, superava senza stanchezza le epoche, correndo per i giorni, per gli
anni, per le umide prospettive di Pietroburgo - in sogno, nella realtà: e
dietro a lui, dietro a tutti tonavano i colpi del metallo, stritolando le loro
esistenze. Quello schianto io l'ho udito: l'hai udito anche tu?"
"Solitario ed altero era stato,
senza batter ciglio, sotto la bocca da fuoco dell'uragano - saldo benché
assiderato; ma anche il platino si fonde. Era bastata una notte perché Apollon
Apollonovič diventasse del
tutto curvo; in una notte era crollato e la testa gli penzolava. E sullo sfondo
di fuoco dell'Impero Russo in fiamme, invece di un uomo robusto dall'uniforme
d'oro, stava adesso un vecchio emorroidale, non raso, non pettinato, molle di
sudore - nella sua veste da camera adorna di fiocchi. Avete mai visto, ormai
rimbambiti ma ancora famosi, degli uomini che per mezzo secolo pararono tutti
gli attacchi? Io ne ho visti. Nelle riunioni, ai congressi salivano in cattedra
con le marsine lucide e le mascelle cascanti, sdentati - ne ho visti -
continuavano ancora per abitudine a commuovere gli ascoltatori!"
"Immutata pende sopra il
portale del palazzo a molte colonne la cariatide di pietra. Vecchio colosso
barbuto! Per lunghi anni ha sorriso sopra il frastuono delle strade, sopra le
estati, gli inverni, le primavere - coi suoi svolazzi di stucco ornamentale. E
dallo spazio senza tempo s'è curvata, come sulla linea del tempo; un corvo s'è
posato sulla sua barba; l'umida prospettiva ha un bagliore cangiante; e le
lastre, illuminate da malinconica luce, riflettono i visi verdognoli dei
passanti."
"Dietro le finestre Pietroburgo
perseguitava gli uomini coi suoi giuochi cerebrali e la sua vastità lamentosa;
un freddo vento umido sferzava le strade; sotto il ponte brillavano nella
nebbia enormi nidi di brillanti. E non si vedeva nessuno, nulla."
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