Storia di Filippo II re di
Macedonia, dalla notte della sua nascita, attraverso tutta l'infanzia e la
giovinezza, fino al matrimonio con la prima moglie Audata. Evidente come lo
scopo dell'autore sia raccontare (e in parte inventare) la formazione del protagonista,
lasciando ad altri le vicende del re adulto che poi si intrecciano con quelle
del figlio Alessandro. Ma ancor più e ancor prima della formazione del giovane
Filippo, il vero tema del racconto sembra essere riassumibile nel seguente
slogan: "Tutti quanti vogliono essere Re". Il libro infatti termina
nel momento in cui non esiste più nessun parente, nessun pretendente alla
corona a parte il protagonista. L'intera narrazione è una lunga carrellata di
personaggi che si affannano e si ammazzano (letteralmente) per diventare
sovrani: il padre, i due fratelli, il patrigno, il fratellastro di Filippo si
scannano nelle lotte fratricide per conquistare e mantenere la corona, ma
l'unico che non la vuole sarà l'unico ad averla perché è il predestinato dagli
dèi. Sappiamo bene che all'epoca ogni capotribù di ogni singola isoletta
dell'arcipelago si faceva chiamare Re, e dunque assistiamo alle lotte intestine
anche delle altre 'case reali', tra padri e fratelli e nipoti e bisnipoti. Un
teatrino che alla lunga diviene un poco grottesco. Forse un altro degli intenti
di Guild poteva essere di riuscire a segnare la linea di demarcazione tra un
rozzo capotribù e un Vero Re… ma alla fine mi pare non ci sia riuscito.
Il libro è dunque appena discreto,
ci si arriva in fondo senza sforzi e non malvolentieri, ma a paragone de
"L'Assiro", la narrazione mi suona molto più stanca e approssimativa…
o sono io che nell'arco di due-tre anni sono diventata tanto più esigente?
Guild sa narrare in maniera
avvincente e sa calare bene le gesta dei suoi personaggi in un'epoca così
lontana da noi. Proprio come accade anche in 'L'assiro' e 'Ninive', c'è questa
sua tendenza a mettere il protagonista su un piedistallo, a renderlo iper-positivo,
un supereroe da cinematografia americana, che non sbaglia mai in ogni cosa che
fa o che dice o che pensa. In questo caso, l'autore ha un poco di
giustificazione in più per osannare il proprio protagonista, dal momento in cui
si sa fin dall'inizio che questi sarà un importante re, famoso condottiero e
padre di ancor più famoso conquistatore. Tuttavia attribuirgli un qualche
difetto, anche piccolo, anche assurdo, avrebbe contribuito a rendere il
personaggio un po' meno piatto e lo avrebbe inserito ancor meglio nel suo
contesto originale. Lo stesso dicasi per il 'cattivone' di turno: dotarlo di
una qualche altra caratteristica oltre all'invidia e alla perfidia, avrebbe
reso il racconto meno insipido.
Al di là dei personaggi, anche da un
punto di vista narrativo più in generale, mi sono gustata maggiormente
'L'Assiro': là c'era una narrazione dettagliata e amorevole, più attenta ai
particolari, si trasmetteva un maggior piacere del raccontare; qui invece Guild
è approssimativo, certe frasi sembrano quasi buttate lì tanto per fare, in ogni
episodio che racconta sembra sempre avere fretta di passare oltre, un esempio
che vale per tutti: alle pagine 103 e 104 l'eroe incontra e uccide un enorme
cinghiale, e poi a pagina 127 si fa riferimento a quell'episodio ma parlando di
un orso anziché di un cinghiale (oppure mi viene un dubbio: che sia un
terribile quanto imbarazzante errore di traduzione boar/bear? Ho trovato altri
errori che mi hanno fatto pensare a serie difficoltà di traduzione). Sono
invece certamente da addebitarsi all'autore errori imperdonabili quali far
descrivere le nubi in cielo - seppur dalla voce narrante onnisciente - come
"color dell'acciaio", il quale
mi risulta sarà inventato solo parecchi secoli dopo; o far dire a un
personaggio "lo vedrò tra quindici minuti" o anche "concedetegli
mezz'ora" come se avesse l'orologio da polso.
In questo acquisto mi sono fatta
prendere un po' troppo la mano dalla smania di romanzo storico: valga come
conferma per i tanti bei romanzi storici che ho scoperto negli ultimi anni, e
per ricordarmi che scrivere la Storia romanzata bene non è cosa da poco e non è
cosa da tutti. Per stavolta oscillo indecisa tra le tre stelle e le due e
mezza.
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