Indecisa tra le quattro stelle e le
quattro e mezza. Una lettura di peso e di soddisfazione. Un'opera strutturata e
completa e che si posiziona perfettamente nel solco della grande tradizione
letteraria russa. Mi sembra di scrivere delle banalità da fascetta, eppure il
libro è esattamente questo… in comune con il grande romanzo russo ha non
soltanto l'ambientazione ma soprattutto la trama importante con intrecci epici.
I protagonisti di questo romanzo
sono artisti e cuori sanguinanti. Se me lo avessero messo tra le mani in una
versione senza copertina, avrei giurato che a scrivere qui fosse Pasternak:
perché quello che emerge non è tanto l'intento di raccontare una determinata
storia, quanto attraverso la storia trasmettere un'atmosfera, un'aria, una
cultura. Nel Dottor Zivago è l'aria della rivoluzione, qui invece è l'aria del
secondo dopoguerra. E c'è una dose tale di letteratura e cultura russe che temo
di essermi persa per strada buona parte delle colte citazioni e dei riferimenti
e calembours vari. Ma anche così, anche senza possedere tutti gli strumenti per
comprendere appieno, lo scenario della Mosca di inizio anni cinquanta si sente
quanto mai concreto e plastico.
La storia si apre nel 1951 con un
gruppo di ragazzini di dieci anni circa che, similmente a quanto accade in
"L'attimo fuggente", si lasciano portare dal loro bravo professore
curiosando tra tutti i vicoli e gli angoli di Mosca in cui si possa ritrovare e
far rivivere i fantasmi della grande letteratura russa, ed è così che in essi
nascerà l'amore per l'arte e la bellezza. "Sembrava non dicesse niente di
speciale, ma era sempre sul filo del rasoio. Da tempo ormai sapeva che il
passato non era migliore del presente. Ma che c'era da dire? Da ogni tempo
bisogna liberarsi, affrancarsi, non lasciarsene inghiottire. 'La letteratura è
l'unica cosa che aiuta l'uomo a sopravvivere a riconciliarsi col tempo', così
istruiva i suoi discepoli."
Le pagine di vita di questo
professore e della sua scolaresca sono talmente intrise, talmente sature di
letteratura che le due cose sono intrecciate al massimo livello immaginabile, e
tuttavia l'impianto in generale non risulta stonato o esagerato.
"Quante poesie! Quante poesie!
Non ci fu un'altra epoca analoga in Russia, né prima, né dopo. I versi
riempivano lo spazio senz'aria, diventavano essi stessi aria."
"Come Gulliver nel paese del
lillipuziani, era legato con ogni suo capello al terreno della cultura russa, e
quei legami da lui si tendevano verso i suoi ragazzi, che ci prendevano gusto,
si abituavano a quel nutrimento polveroso, cartaceo, effimero."
Dal seme della letteratura e
dall'insegnamento del pensare con la propria testa - più per innocenza e
massima sincerità che non per fini propriamente politici - germoglierà la
pianta della dissidenza.
"La parola 'dissidenti' non si
era ancora radicata nella lingua russa, […] ma nelle teste intelligenti
nascevano idee silenziose come tarli e pericolose come spirochete."
"…così ora percepiva l'assoluta
importanza della propria opera. Immaginava di tenere nelle sue mani il destino
di tutta la poesia futura. Come se qualcuno dall'alto l'avesse investito di una
missione: custodire per l'avvenire quel valore prezioso che vive per caso, per
una disattenzione dei potenti."
E dunque, i temi di questa storia
sono l'amore per la letteratura, l'amicizia, il rifiuto verso ogni
totalitarismo, il rapporto particolare che si può instaurare tra letteratura e
dissidenza verso un regime. Ma nonostante l'oppressione e la follia del totalitarismo,
i protagonisti della storia sanno trovare la gioia, e sanno viverla, e queste
pagine sanno trasmetterla.
E ovviamente, c'è l'amore della
scrittrice per la propria terra, che sa scindere l'amore per la Russia
dall'odio per il sistema. I suoi protagonisti hanno solo pochi anni più di lei,
è dunque facile immaginare che nel racconto ci sia ben più di qualche dettaglio
autobiografico.
Si inizia il racconto con una
scansione temporale assolutamente ordinaria; dopo il primo quarto del libro,
con gli allievi che crescono ed iniziano ad avere ognuno la proprie vicende e
inclinazioni, la narrazione assume una struttura piuttosto irregolare che
procede zigzagando lungo il corso degli anni: per alcuni dei protagonisti si
anticipa come andrà a finire la loro storia, compattando in poche pagine tutto
quello che passa tra gli anni cinquanta e novanta, e solo in seguito l'autrice
ripassa a raccontare i piccoli dettagli, i piccoli episodi contenuti in quel
lasso di tempo e che vanno a spiegare l'intreccio che in alcuni passaggi assume
vaghe tinte giallo-noir.
Nella parte centrale del libro, di
man in mano che si entra nel dettaglio degli episodi, il numero dei personaggi
aumenta notevolmente, e i vari capitoli diventano in pratica altrettanti
raccontini tutti legati dal comune argomento delle attività di stampa
clandestina di libri, disegni, fotografie e della diffusione di materiale
antisovietico, delle attività sovversive e quant'altro. Come sempre, è fin
troppo facile mettere i cattivi dalla parte del KGB e i buoni dall'altra, ma
qui non si sente tanto l'intenzione di praticare questo tipo di distinzione,
con l'argomento clandestinità si dipinge un vivace quadro di quello che da
stare qui, al di qua della cortina, non si sarebbe mai sospettato, come
giustamente osserva @Buttera nel commento sotto, "da fuori si vedeva solo
il nemico quasi satanico o il mito del comunismo realizzato, a seconda della
propria ideologia". Questo romanzo mostra invece l'underground, un
sostrato di inimmaginate ricchezza e vivacità culturali che finiscono per
apparire come il lato buono della medaglia. E d'altro canto, noi che viviamo in
democrazia e non abbiamo mai neanche avuto niente a che fare con il
totalitarismo, sappiamo tuttavia quanto faccia presto la democrazia a
trasformarsi in oligarchia, e allora bisogna convenire che dal punto di vista
culturale, dittatura o non dittatura, la storia si ripete sempre: "La
produzione letteraria e culturale destinata al popolo metteva angoscia. Restava
un pugno di uomini, insignificante sotto tutti i punti di vista: sapientoni
sopravvissuti, rintanatisi nella matematica e nella biologia, fra i quali non
mancavano un paio di accademici, ma molti di più erano gli emarginati che
campavano di incarichi modesti, nascosti in istituti di ricerca di terza
categoria; e poi due o tre geniali studenti delle facoltà di chimica e fisica o
del conservatorio. Questi invisibili con esigenze spirituali esistevano
illegalmente. Ma quanti potevano essere costoro, che senza conoscersi si
incrociavano nei guardaroba delle biblioteche e delle sale da concerto, nel
silenzio dei musei deserti? Non era un partito, né un circolo, né una società
segreta, e neppure un'accolta di persone che condividevano un ideale. Forse il
loro unico comune denominatore era l'avversione per lo stalinismo. E,
naturalmente, la lettura. Lettura avida, sfrenata, maniacale: hobby, nevrosi,
droga. Per molti il libro, da maestro di vita, si trasformava in un suo
sostituto."
Finale un tantino annacquato, non ho
ritrovato la stessa ricchezza delle parti centrali dello sviluppo. Ma nel
complesso, seicentoquaranta pagine di full immersion: ottimo viatico e ottima
panoramica per chi, come la sottoscritta, apprezza la letteratura russa ma non
dispone ancora di conoscenze apprezzabilmente approfondite.
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