Zibaldone
Più opera da consultazione che non
da lettura nel senso tradizionale del termine. Quoto @Raulino73: i luoghi sono
attraversati più con la penna che con le scarpe.
Diario di un viaggio lungo il Po,
dalla sorgente al delta, scritto alla maniera in cui Rumiz ha ricostruito il
percorso di Annibale o la via Appia, e ora che ci penso anche alla maniera di
Gustavo Marchesi ne "Il cuore a metà", ma insomma non era quello che
mi aspettavo di trovare: ci sono interessanti aneddoti mitologici, storici,
geografici, toponomastici, agiografici, letterari, culinari e gastronomici, un
buon lavoro di ricerca, una buona scrittura colloquiale e discorsiva ma mai
sciatta - tutto quel che si vuole, ma mi è mancata l'emozione: il lettore
rischia di annegare in una tale quantità di nomi, date, curiosità, informazioni
di ogni genere. Ci voleva un quid che aiutasse a fare un po' meno informazione
in stile random-enciclopedico e fare un po' più racconto - se non romanzo per
lo meno racconto. L'opera in sé la si può persino classificare come erudita, il
che non guasta mai, ma è un'erudizione dal sapore un po' tuttologo, si finisce
per sentirla fine a sé stessa…
L'anima del grande fiume, nel mio
personalissimo modo di vedere e sentire, ha una semplicità e una rusticità che
mal si sposano con le raffinatezze da mitologia greca, e d'altro canto è troppo
nobile per essere svenduta come una semplice faccenda enogastronomica (e non è
che mescolando le due cose insieme uno debba per forza centrare la via di
mezzo). Non è facile acciuffarla: è un'anima che per esprimersi al meglio
richiede la linearità di una fòla, proprio come quella di Don Camillo, è per
questo che penne come quelle di Guareschi o Zavattini arrivano così bene a
cogliere nel segno. Conti, invece, pur conoscendo a menadito e amando
profondamente questi autori, mi pare che abbia alzato un po' troppo il tiro e
si sa che chi troppo vuole, nulla stringe.
Certi manierismi poi, sono delle
vere forzature: ad esempio, arrivare a scrivere di Salgari, che a Torino ha
vissuto e molto scritto, e che ha trovato lungo il Po l'ispirazione per
raccontare di giungle e foreste asiatiche, e dire che siccome oggi nelle basse
terre reggiane e parmensi ci sono numerosi indiani e pakistani che lavorano nel
settore agricolo, allora si è chiuso un cerchio e un immaginario si sovrappone
ad un altro immaginario… bah, secondo me sono solo due cose che non c'entrano
niente l'una con l'altra e nessuna delle due ha veramente a che vedere con un
qualcosa che possa spiegare il Po a chi non ci è nato e non ci è vissuto. E
ancora: questa smania di mescolare le ricchezze enogastronomiche con supposte
tensioni spirituali e/o mitologiche, con la scusa che si fanno da contraltare a
vicenda e con la scusa che tutto fa cultura e tradizione, è una moda che va
bene per "Linea Verde" o per il servizio in coda al telegiornale, ma
non per un libro che forse si proponeva - e forse forse poteva anche
raggiungere - scopi un tantino più elevati.
Ovviamente, quando il viaggio è
arrivato a toccare i lidi a me familiarissimi e a intervistare protagonisti che
conosco di persona, la lettura mi ha invogliato con maggiori curiosità e
attenzione e simpatia, mi ha riportato a tanti splendidi ricordi e mi ha
finanche fatto venire un po' di nostalgia di casa (pur trovandomi a pochi
chilometri di distanza…), ma anche con questo credo che libro e autore possano
dire di aver raggiunto il loro obiettivo in maniera piuttosto parziale. Infine,
gli devo rendere il merito di avermi fatto conoscere artisti - poeti e pittori
e scultori - che prima non conoscevo. Somma algebrica dei pregi e dei difetti:
tre stelle.
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