Letto, e nella seconda metà anche un
po' divorato. Ovviamente, qui siamo nel campo del puro intrattenimento da
balneazione. Non una morale, non una poetica giungeranno a disturbare i neuroni
rilassati del lettore stravaccato sulla sdraio, sul divano o su una qualche
altra fantasiosa seduta estiva. Una soap si segue per il gusto di seguirla,
punto e basta: in televisione non ne ho mai seguita una; ma sul cartaceo, un
polpettone ogni tanto ci vuole.
Storia di un mondo, o meglio delle
famiglie che in quel mondo comandano, in un medioevo tutto sommato plausibile
se non realistico - a parte la faccenda delle stagioni climatiche che durano
per intere generazioni - e comunque interamente inventato nella geografia,
nella storia, nelle tradizioni. Dunque low fantasy da un lato: abiti e cibi
realistici, niente incantesimi, niente scontri spettacolari risolti all'ultimo
da eccezionali escamotage o da superpoteri di supereroi, niente elfi né mostri,
c'è qualcosa che somiglia agli zombie, c'è un solo nano, draghi ancora non se
ne vedono anche se si intuisce ce ne saranno in seguito; manca anche il
super-cattivo nel senso classico del termine: il divertimento dovrebbe stare
per l'appunto nel fatto che, tra tanti intrighi per il potere, riguardo molti
personaggi non si ha mai la certezza di quali siano i buoni e quali i cattivi.
La "storicità" del racconto - da intendersi come verosimiglianza
dell'ambientazione medioevale - è decisamente buona, anche migliore di altri
romanzi che ho letto e che probabilmente intendevano fregiarsi del titolo di
'romanzi storici': se non esistono ancora (o non esistono più) armi da fuoco o
impianti di riscaldamento, allora è ragionevole che non possano esistere nemmeno
telefoni, lampadine o altri oggetti tecnologici.
Quindi, come dicevo sopra, se da una
parte è un low fantasy, tuttavia dall'altra parte si nota una elevata
caratteristica di fiction: così come in una telenovela si osservano
esclusivamente le mosse delle famiglie di ricchi imprenditori, ma non si incontra
mai un operaio, o tutt'al più può figurare un singolo impiegato o un infermiere
a fare da comparsa, allo stesso modo in questo racconto è assente la vera e
propria plebe, manca tutto un tessuto sociale ed economico, o meglio si lascia
intendere che c'è ma lo sguardo della voce narrante non vi posa mai, per
restare a concentrarsi unicamente sulle famiglie dei nobili che giocano, come
dice il titolo, al gioco del trono.
Una ottima narrazione, sempre in
terza persona e che in ogni capitolo assume il punto di vista del personaggio a
cui viene intitolato il capitolo stesso, da' in tal modo al lettore una ampia
veduta su tutto l'intreccio. Questo bel grandangolo costruito con la struttura
narrativa, insieme al "low" di cui sopra, rendono il libro godibile:
si osservano essenzialmente gesta umane, comportamenti e conseguenze umane, con
amicizia e fratellanza e generosità, invidia e avidità, con gli entusiasmi e le
diffidenze. Non c'è psicologia particolarmente approfondita, come dicevo sopra
non ci sono intenti moraleggianti, e del resto non mancano alcuni stereotipi,
ma c'è comunque umanità con i suoi pregi e difetti, in un bel campionario. Il
ritmo è piuttosto lento, del resto non mi potevo aspettare niente di diverso da
un'opera che dovrebbe arrivare al settimo o forse anche ottavo volume. Tutto
sommato concordo con chi ha definito questo volume un prologo di ottocento
pagine: sarebbe del tutto inutile imbarcarsi in questa faccenda se non si
avesse nessuna disposizione/intenzione a tentare di proseguire. E comunque: fin
che la saga mi risulta gustosa vado avanti, quando sarò stufa la lascerò lì.
Facile, no?
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