Di nuovo un lunghissimo prologo. Una parentesi lunga quasi ottocento pagine, scritta a tratti malino e forse tradotta peggio: riprende quel che stava accadendo in varie piazzeforti del regno durante gli ultimi capitoli del precedente volume, approfondisce gli intrighi nella capitale ma senza nessun vero colpo di scena, lascia come sempre le soluzioni in sospeso; il tutto rappresenta niente altro che il prologo al volume successivo.
Rispetto gli altri libri, si trovano nuovi personaggi-punto di vista ma molto più spersonalizzati dei precedenti: il largo uso di flashback pare proprio finalizzato a rimpolpare i loro pensieri che resterebbero altrimenti decisamente superficialotti. In alcuni passi la voce del personaggio del capitolo viene quasi del tutto messa da parte per lasciare il posto ad una vera e propria voce narrante onnisciente (cosa che non si era incontrata in precedenza) la quale, nel timore che il lettore possa essersi perso qualcosa nel corso dei quattro lunghi volumi, risulta spesso ripetitiva a chi invece, come la sottoscritta, si ricorda bene tutto.
E del resto, nella creazione di nuovi personaggi, Martin arriva a sconfinare nell'abuso dello stereotipo (tutto hollywoodiano) della bella guerriera sensuale e maschiaccia al tempo stesso. Su un teleschermo la cosa funziona perché si strizza la ragazza in un succinto costumino che stimola le fantasie maschili e in qualche caso può anche suscitare una qualche simpatia femminile. Ma sulla pagina scritta... boh, non mi trasmette niente se non incoerenza. E non mi riferisco al personaggio di Brienne, riguardo la quale la coerente intuizione è tanto semplice quanto felice – una brutta ragazzona ma un'ottima combattente; mi riferisco piuttosto ad Asha Greyjoy e alle varie 'serpi' di casa Dorne, che con la loro aggressività appiattita costituiscono solo la fiera delle banalità.
Sui personaggi maschili, Martin sa muoversi meglio e usare più sfumature. Ben riuscita anche la ricostruzione del modo in cui va poco a poco logorandosi il rapporto tra Jaime e Cersei.
Resto ferma sulle tre stelle perché il merito di Martin è comunque quello di aver saputo costruire tutto un mondo, con le sue leggi e tradizioni e religioni e dinastie, e di saperlo tenere in piedi con tanti piccoli particolari. Questo merito credo derivi direttamente da una buona, anzi ottima conoscenza della Storia antica e medioevale europea, che viene in queste pagine riproposta con mille dettagli e sfumature, a volte esposta pari-pari come fu nella realtà, altre volte reinterpretata sulla base delle esigenze del fantasy. Ma proprio per questo, più vado avanti osservando le ottime conoscenze di Martin in fatto di Storia, più mi irrito per le concessioni - nell'ambito della trama - da lui fatte alle esigenze hollywoodiane, esigenze che vogliono l'introduzione di sempre nuovi incantesimi, nuove profezie e nuovi personaggi sempre più stravaganti. Mi sarebbe piaciuto vederlo lavorare di più sulle sue conoscenze e meno sulle richieste della produzione. La fiction televisiva ci guadagna, perché in una nuova stagione della serie ci devono necessariamente essere nuovi incantesimi e nuovi personaggi, ma l'opera letteraria perde compattezza, finisce per risultare più fluida e dispersiva, mi fa quasi temere un finale "random". Sembra che, nel corso degli anni, le esigenze della produzione televisiva abbiano avuto il sopravvento sulle iniziali intime necessità dello scrittore cui una semplice sceneggiatura andava troppo stretta.
A babordo il timore del finale randomizzato, a tribordo la speranza di un gran finale con il fuoco d'artificio di un vero colpo di genio... procedo con la mia lettura balneare.
Nessun commento:
Posta un commento