Tra pochi mesi ricorrerà il centenario della fine della prima guerra mondiale (rigorosamente con le minuscole, per coerenza con quanto scritto nel commento a 'Un anno sull'altipiano' di Lussu), e celebrazioni e discorsoni si sprecheranno in ogni dove. Ma è solo calandosi in un racconto ambientato nell'epoca che si possono afferrare le dovute riflessioni, e fa davvero uno strano effetto leggere di un'Italia così diversa eppure così uguale a quella di oggi. E in aggiunta, è sempre un piacere tornare agli aspri paesaggi dei monti sardi: in questa lettura ho ritrovato, proprio come mi aspettavo, gli stessi panorami di 'Paese d'ombre' e di 'Padre padrone', e anche della trilogia della 'Stirpe'.
La trama è proprio quella di un breve racconto: se da un lato le informazioni ufficiali sui due figli di Mariangela Eca li dànno uno caduto e l'altro per disperso, dall'altro lato l'anziana madre condivide con il viceparroco un terribile segreto circa il vero destino del figlio dato per disperso. E questi due anziani restano avvinti in una implicita congiura del silenzio come in una specie di ragnatela che li paralizza psicologicamente ma che è pure frutto di precise riflessioni e scelte e prese di posizione.
I principali temi trattati sono l'ingiustizia e l'inutilità della guerra contro cui vanno a schiantarsi la semplicità e l'ignoranza della povera gente; il modo in cui la guerra arriva a devastare e snaturare non solo fisicamente ma anche e soprattutto psicologicamente coloro che non la guerra non l'hanno voluta, non l'hanno cercata. L'elaborazione del dolore e del lutto, fatti strettamente privati la cui elaborazione li trasforma però in faccende pubbliche. E l'insinuarsi della chiesa e della politica - e in special modo dei fasci - in questa fessura tra privato e pubblico.
E a fianco di questi temi, come già altri hanno giustamente osservato, menzione speciale va ad un altro protagonista del racconto: il silenzio, o ancor meglio il bisogno di silenzio. Sebbene nella finzione narrativa sia Mariangela a sentire bisogno di silenzio, "...la fine di tutti i discorsi, di tutte le sciocchezze che si ripetevano sui giovani morti", io credo che in queste pagine Dessì abbia voluto esprimere, in maniera non troppo plateale, un suo personale e profondo senso di bisogno: bisogno di far tacere gli sproloqui e i rumori, di sentire il silenzio all'imbrunire, dopo che la piazza si è svuotata, o ancora il silenzio autunnale sul versante ombrìo della montagna.
Dessì, con la sua scrittura sempre elegante e pacata, fa vivere nelle sue pagine personaggi comuni, come se ne trovano in ogni paese di provincia, ognuno con i suoi pregi, i suoi difetti e le sue motivazioni e il suo lavorìo interiore.
Non so se si possa definire la prova "più matura" di Dessì, ma di certo qui c'è la prova di una conferma: questo agile racconto ha la stessa densità, lo stesso peso specifico di un'opera più imponente e complessa quale il suo eccellente "Paese d'ombre".
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