"Da capo X – comunicava il telegrafo – Novità N.N. barometro 751 costante, vento S moderato mare agitato pioggerella auguri a voi tutti."
Non sono amante dei racconti e dei pezzi brevi: trovo che, per quanto ben scritti, manchino dello spessore consentito solo dal romanzo vero e proprio.
Parlando di giornali, non seguo la cronaca (nera e non) e gli articoli - come si suol dire - di "costume" perché sono troppo pretenziosi: hanno la pretesa di voler essere rappresentativi ed esplicativi di una nazione o di un'epoca o di un qualcosa che è invece infinitamente più grande e complesso.
E infine, parlando di Natale, detesto il suo aspetto brilluccicoso di allegria forzata e bontà ipocrita, preferisco l'aspetto malinconico.
Allora mi chiedo: com'è che i tre ingredienti sopra elencati, mescolati in questa raccolta, hanno esercitato un'attrattiva irresistibile? Inizialmente mi sono sentita attratta dall'ironia e dall'irriverenza del titolo, per poi scoprire che sono proprio queste le più marcate caratteristiche della raccolta. Buzzati, il quale aggiunge a quegli ingredienti un'ironia e una sfrontatezza controverse, una polemica finezza e un funambolismo che non hanno eguali, attraverso quei tre elementi, come se fossero tre lenti colorate, arriva a svelare e raccontare sé stesso molto più di quanto si possa immaginare. Quindi, il libro in superficie è una cosa natalizia, ma a ben vedere non più di tanto. Grattando via con l'unghia l'intonaco natalizio, l'affresco che viene alla luce è autobiografico e squisitamente neorealista.
E tuttavia, non si può negare il piacere di poter ritrovare in ogni pagina l'atmosfera della sera del 24 dicembre. Un piacere che non è solo felicità, può essere fatto anche di tristezza e malinconia. Quell'atmosfera che è uguale e diversa per ognuno di noi, per ciascuno caratterizzata da un particolare profumo o luce o immagine o luogo. Al termine di ogni breve articolo, leggendo riportata la data della pubblicazione – quasi invariabilmente 24/25 dicembre – la forza della testimonianza assume uno strano poter evocativo: mi è proprio parso di trovarmi nell'anno in cui Buzzati scrive, con il Corriere tra le mani. Alcuni pezzi sono veri capolavori da 5/5; altri sono il classico articolo stagionale nonché riempitivo, come se ne trova ancora spesso nei giornali di oggi, e allora gli si concede un 3/5 giusto perché è Buzzati e non un palombaro qualsiasi. Comunque sono molto contenta di avere questo volume in libreria, certamente nei prossimi giorni tornerò a sfogliarlo.
"E allora scende la sera e il crepuscolo e il tramonto e il vespero e tutte queste parole bellissime che richiamano idee di malinconia, rimpianti, giovinezza lontana, amori bandiere e massacri di primavera."
"Poi, dopodomani, se occorre, torniamo pure come prima, si ricominci pure a fare le carogne"
"Uomini, donne, ragazzi, bambini, vecchi formavano, nella piazzetta, come un'ossessione di girotondo intorno a lei e tutti avevano i volti eccitati, tutti portavano pacchi variopinti, tutti sorridevano, tutti erano felici, maledizione era il Natale! Il Natale era una specie di mostro, aveva ubriacato la città, trascinava uomini e donne in un gorgo, li rendeva tutti felici. […] Che cosa orribile essere stranieri e senza uno sguardo d'amore nel cuore della festa. […] Così fu sola. Le passavano vicino, la sfioravano, la urtavano perfino qualche volta nel convulso della precipitazione, ma nessuno la guardava in faccia né si accorgeva di quanto era infelice. Il Natale era solitudine, era disperazione, era un demonio che con denti di fuoco le masticava il cuore, qui sopra la bocca dello stomaco."
"Allora per la prima volta nella vita quella sera di Natale, benché fossimo in tanti e ci volessimo sinceramente bene a vicenda, ci siamo accorti di essere soli. […] Ho detto il Natale più bello che ricordo. Perché bello non significa soltanto bello ma può significare anche terribile e profondo. Anzi. Le più grandi bellezze, in questo mondo, forse stanno proprio qui. Nel dolore, nel rimpianto di ciò che è stato e non sarà più, nella nostra solitudine, della quale noi in genere non ci accorgiamo, o preferiamo non pensarci."
"Sì, visto di là, Natale non era più incantesimo bontà poesia, significava soltanto soldi smania eccitazione ambizione esibizione emulazione moda lusso affanno, visto di là sembrava una popolazione inseguita che cercasse scampo, visti di là uomini e donne avevano la faccia di persone inquiete, una istrionica totale frenesia. In via Ventilabro, Natale appariva la cosa più strana, e stupidissimo il fermento l'agitazione la febbre della gente fuori, di tutti gli altri, come se l'umanità fosse impazzita e si affannasse dietro il vento."
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