Spesso il male di vivere ho incontrato
La struttura del romanzo è piacevole e originale: si suddivide in sei sezioni (più il brevissimo prologo) ciascuna delle quali privilegia una determinata fonte o punto di vista, a cui si affianca, all'occorrenza, la voce narrante esterna onnisciente. Interessante anche il gioco di specchi con cui la fine richiama l'inizio, gli eventi che accadono a un personaggio richiamano/rispecchiano quelli che accadranno a un altro, and so on.
Bisogna riconoscere che la scrittura è a volte imprecisa: tempi e verbi e soggetti della frase non sempre sono tra loro coerenti, questo crea a tratti una certa confusione in un testo che già di suo saltella dalla prima alla terza alla seconda persona. Ho trovato imprecisioni anche lessicali: non saprei distinguere dove siano le dissonanze volute dall'autore e dove le sviste addebitabili a traduzione e revisione. La postfazione mi conferma che l'autore ha volutamente inserito passaggi criptici o incomprensibili. In parte, anche colpa mia: nelle scene oniriche e fantastiche mi perdo facilmente, non sempre ho la pazienza di stare a decifrarle.
Il libro tende alla ricerca degli inizi, a stabilire che "l'inizio" di una persona non è tanto il momento della sua nascita quanto gli eventi, a volte anche minimi, ad essa precedenti, e a stabilire in questo modo una sorta di continuità, di unicuum tra nonno-padre-figlio: sono persone diverse eppure sono un ente senza soluzione di continuità. Non solo in questo aspetto di Tunström ho trovato tratti in comune con il Gaarder de "La ragazza delle arance": una sorta di ingenuità o stramberia dei personaggi che sembrano parecchio svampiti, e in Sidner dodicenne uno strano miscuglio di ingenuità ma anche seriosità e profondità certo non tipiche di un dodicenne. E tuttavia, a differenza dell'altro libro citato, in questo caso la stranezza sembra avere un suo perché: quel perché è il male di vivere. Il dolore della perdita è ben espresso: non tanto nelle parole dei protagonisti – che anzi per effetto del dolore quasi perdono la capacità di parlare – quanto nei loro gesti, atteggiamenti e sensazioni.
E' un libro sia sul dolore che sull'inadeguatezza. Le quali cose possono essere due facce di una stessa medaglia, ma non necessariamente; la storia qui raccontata lo dimostra: ad esempio, l'amicizia tra Sidner e Splendid è chiaramente l'amicizia tra due ragazzini che, ciascuno per ovvi motivi, vengono snobbati da tutti gli altri. Aron e Sidner ci appaiono come dei disadattati in quanto schiacciati dal dolore, coerentemente con il fatto che Eva-Liisa impara a vivere nella luce in quanto non ha memoria del dolore della perdita (e tuttavia, la perdita del padre sarà ben stata dolorosa anche per lei?!?); la stramberia di Torin, per contro, è un qualcosa da sempre insito in lui, anche prima delle disgrazie.
Nella fase dei panegirici chiedevo ai proponenti se in questo libro la musica di Bach fosse protagonista o se si trattasse solo di un elemento di arredo. Beh, adesso sono in grado rispondere alla mia domanda: non è protagonista ma è - in un certo qual modo indiretto – un personaggio, un elemento del discorso centrale. Nella recensione su youtube postata tra i panegirici si accennava alla struttura del libro che è suddiviso in sei sezioni proprio come l'Oratorio di Natale si compone di sei cantate: spiegazione intrigante, ma a ben vedere un po' forzata (sarebbe come dire che casa mia, che si sviluppa su quattro piani, è ispirata alla nona sinfonia di Beethoven la quale a sua volta si sviluppa in quattro movimenti...). No, il punto di contatto è in realtà un contrasto. L'Oratorio di Natale richiama molto da vicino le sonorità dei concerti Brandeburghesi dello stesso Bach, e anche della Music for the royal fireworks di Händel, sono tutte musiche estremamente gioiose, che inneggiano alla gioia; ed ancora il primissimo coro dell'Oratorio di Natale, con quell'esortazione "giubilate, esultate!", non escluderei che sia stato di ispirazione per Beethoven quando si è trattato di mettere in musica la ben più famosa Oda alla Gioia di Schiller. Dunque, dicevo, contro questo tripudio di gioia e giubilo, luce e allegria e felicità, vanno a schiantarsi tutto il dolore e le tristezze, i penosi sensi di inadeguatezza e le numerose morti che attraversano le storie di tre generazioni di protagonisti qui raccontati. Il succo del discorso è proprio il forte contrasto tra luce e ombra: la luce e la gioia non è solo, o comunque non necessariamente quella del Natale, ma certo l'atmosfera natalizia aiuta a sottolineare ulteriormente la dicotomia luce-ombra perché contribuisce ulteriormente all'immalinconirsi di chi è già triste di suo. Mi viene in mente – mi si passi il paragone – l'ultimissima scena del film di Muccino "Ricordati di me". Il film può piacere o meno, ma io ora sto parlando solo di quell'ultimo fotogramma: c'è tutta la luminosità e tutti i sorrisi dell'atmosfera natalizia della bella famigliola riunita, e Bentivoglio che non riesce a sorridere nemmeno su esortazione degli altri: la bocca si piega amaramente e negli occhi resta quel velo di tristezza e sofferenza. Ecco, questo libro è una espansione e spiegazione di quell'ultimo fotogramma e di quello sguardo.
In alternativa, per quelli che "...io di musica classica non capisco un'acca!", l'altra colonna sonora possibile per questo romanzo, stavolta non in contrasto ma in perfetta assonanza, è The Wall, ovviamente Pink Floyd. Perché allorquando, dopo anni di incomunicabilità, si riesce ad abbattere un muro, la cosa è una liberazione e insieme una condanna, e in ogni caso quel che resta da raccogliere sono solo macerie.
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