La prima lettura di quest'anno si merita il massimo dei voti. Mi sono chiesta se non fosse esagerato, questo 5/5, ma in tutta sincerità il libro non mi ha dato semplicemente piacere di leggere: sono tornata indietro più volte per rileggere, risfogliare le pagine e sottolineare, mi sono sentita coinvolta e davvero addentro la Storia. Non l'ho solo letto, ho veramente vissuto quel che Roth voleva trasmettere.
Con sbalorditiva ma elegante capacità di sintesi, Roth riesce a comprimere – o forse è meglio dire condensare – in duecento paginette scarse un qualcosa che abbraccia secoli di storia: non è solo una storia della prima guerra mondiale, non è solo un requiem, un canto funebre e mesto che fa comprendere e condividere al lettore il punto di vista di un reazionario atteggiantesi a bohemièn, non è solo la descrizione della fine di tutto un mondo, non sono solo i concetti di patria e monarchia e appartenenza, non è solo la densità del rimpianto, non c'è solo la scrittura impeccabile e il continuo gioco di allegorie e rimandi di significati. E' una folle corsa verso il precipizio, una corsa precipitosa anche quando attraversa periodi di assuefazione, un disperato conto alla rovescia il cui ticchettio che preannuncia l'esplosione è ritmato dal verso che è come un fotogramma inserito tra gli altri a mo' di messaggio subliminale: "Sopra i calici dai quali noi spavaldamente bevevamo, la morte invisibile incrociava già le sue mani ossute."
"...sottostare alla legge del tutto naturale di uno spirito potente che è in grado di accostare ciò che è distante, di rendere affine l'estraneo e di conciliare l'apparentemente divergente. Parlo del frainteso e abusato spirito della vecchia monarchia, che in questo caso faceva sì che io fossi a casa a Zlotogrod non meno che a Sipolje o a Vienna."
"Tanta pena c'era voluta, tanto dolore, spontaneamente offerti quasi fosse cosa naturale, perché il centro della monarchia avesse fama nel mondo di patria del bel garbo, della letizia, della genialità. La grazia di cui godevamo cresceva e fioriva, ma il suo terreno era ingrassato dal dolore e dal lutto."
Un romanzo storico e surreale al tempo stesso. La cripta di cui al titolo è il luogo dove sono sepolti gli Asburgo, e pertanto ultimo luogo sulla faccia della terra dove sopravvive l'impero altrimenti tramutato in polvere, luogo lugubre ma non più di tanti altri dettagli sparsi per il racconto, come il pianoforte senza corde, le castagne mangiate dai vermi, i ceri da morto che più che far luce enfatizzano il buio. Un capolavoro della sintesi, della letteratura e anche della fotografia.
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