domenica 21 gennaio 2018

Tito di Gormenghast - Mervyn Peake

"Vedere un Conte che fa il gufo sulla mensola del camino e lasciarsi portar via metà faccia da un gatto, tutto nella stessa mattinata, è sufficiente a minare l'autocontrollo di chiunque." 

Una strana, stranissima faccenda. Un dreadful imbroglio. C'è una parte di me che vorrebbe assegnargli cinque stelle perché riesce a percepire il genio della visionarietà, il valore di un enorme affresco arzigogolato appeso a un filo di ragnatela. L'altra parte di me dice di rifilargli la sufficienza stiracchiata per causa della esasperante lentezza e assoluta inconsistenza del tutto (il filo di ragnatela, appunto).  
  
Non è un fantasy, laddove per fantasy si intende ormai un ben preciso tipo di trama, ambientazione e carattere epico. Qui, invece, al posto dell'epica tradizionale ci sono un senso del grottesco e umorismo significativi, e che tutto sommato incontrano il mio gusto. Per spiegare cos'è attingerò alla prefazione scritta da Burgess: un'opera che "genera compiacimento raffinato per un oggetto squisito", o anche "un corposo distillato dell'immaginazione che l'intelligenza ha raffreddato alla giusta temperatura". Un lavoro interamente di fantasia e interamente visivo. Il ritmo della narrazione è lentissimo perché l'azione è pressoché inesistente, è quasi tutto visivo ossia quasi tutto descrizioni. Un'opera che apparentemente resiste ai tentativi di enuclearne una lezione o un avvertimento. Non sarà il romanzo gotico per eccellenza, e tuttavia indulge e indugia in atmosfere e ambientazioni decisamente gotici. 

Impressionante – in positivo – la somiglianza con Pietroburgo di Belyi, in special modo nella deformità e nelle originalità dei personaggi, e nella sapiente mescolanza di verosimiglianze e inverosimiglianze. Il senso di tragedia incombente e di decadenza di tutto un mondo antico di secoli, richiamano non solo Belyi e ma anche Tolkien. La mescolanza della tragedia incombente con l'afa estiva e i miasmi della palude ricorda Mann in "La morte a Venezia". E quel continuo insistere su ordine e tradizione: in verità è un argomento attualissimo, dunque non è proprio del tutto vero quello che dice Burgess nella prefazione, secondo il quale questa opera si sottrae a qualsiasi interpretazione storico-sociale. Il romanzo propone invece un esperimento come sotto una campana di vetro, ossia il grande castello. La comunità isolata dal resto del mondo mi ha ricordato anche "Il giuoco perle di vetro" di Hesse: siamo su due piani completamente diversi eppure un certo qual significato decadente li accomuna.  

Se leggere un bel libro significa vedere mentalmente  un bel film, qui mi sono vista un cartone animato: ma non di quelli pacchiani stile Disney, no, uno raffinato tipo Yellow Submarine (bravi i Beatles ma soprattutto bravo George Dunning). Là mille colori, qui mille grigi ma stessa psichedeliaI personaggi sono figurine piatte, oltre che grottesche: sono volutamente bidimensionali ma ben lungi dall'essere allegorie univoche. Non c'è il bene e il male, il buono e il cattivo, giusto e sbagliato. Ciascuno può essere guardato dal punto di vista dei suoi difetti o delle sue ragioni. 

E comunque: per chi vuole perdersi tra sale polverose, angusti passaggi, oscuri androni, viscide scalette a chiocciola e torri svettanti che puntano "come una bestemmia verso il cielo": non lasciatevi ingannare, non fate come la sottoscritta che quest'estate si è lasciata irretire dalle sirene de Il Trono di Spade. Era questo il libro da leggere. Del resto, pare evidente come il sor Martin si sia del tutto ispirato da qui: il lungo adagio che si perde nelle descrizioni degli ambienti, gli intrighi della trama che sembrano prendere vita dall'intrico architettonico che li circonda, temi antichi come il mondo stesso (il dilemma tra rispetto della tradizione o dare il via alla rivoluzione/evoluzione, l'ambizione e avidità di alcuni, l'ignavia di altri), le cinquecento pagine di descrizioni che poi altro non sono se non un lungo prologo a qualcos'altro.  La differenza tra i due è che il sor Martin imposta il suo racconto su di un'epica che si prende dannatamente sul serio, mentre questa intenzione non ha sfiorato Peake nemmeno per un secondo, nemmeno per sbaglio. Pensandoci bene devo ammettere che preferisco la mancanza di serietà e di etichettabilità del secondo. E del resto qui c'è più sostanza in quanto, al di là del lavoro di fantasia della trama assurda, il lavoro linguistico e letterario è quanto mai solido e significativo. Nota di merito anche per la traduzione.  

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