giovedì 25 gennaio 2018

Un giorno questo dolore ti sarà utile - Peter Cameron

Al momento della disfatta di a'coso, questo libro galleggiava da parecchio tempo verso la cima della reading list. I commenti positivi letti qui, insieme al ricordo positivo che ho di "Quella sera dorata", mi hanno convinta ad iniziare la lettura, passando oltre la banalità del titolo che poi si è rivelato essere parzialmente ironico. Ho sorvolato anche sulla banalità dei genitori vagamente svampiti e un po' superficiali nei confronti dei figli (genitori che, nei film e nei libri americani sono sempre uguali e perfettamente intercambiabili). La esile trama ricalca vagamente quella di "molto forte, incredibilmente vicino", che non mi era piaciuto affatto. Certo la differenza sostanziale e assolutamente rilevante è che questo di Cameron è un racconto aggraziato, nella forma come nel contenuto.  

Nel resoconto con tanto di date precise, il giovane protagonista racconta sé stesso nell'estate che precede l'ingresso all'università, tra l'Aprile e l'Ottobre 2003, in tono pacato e senza spiritosaggini. Molte le riflessioni che condivido e in cui mi identifico; vi sono diversi passaggi poeticamente significativi, specialmente quelli ambientati a casa della nonna; ma la costruzione narrativa su un periodo di pochi mesi, quindi senza un finale e anche senza un vero inizio, non lascia spazio non dico per la formazione ma almeno per un certo sviluppo nell'animo del protagonista: uniche due eccezioni sono un'approssimativa presa di coscienza della propria omosessualità e una più chiara consapevolezza dell'amore per la propria città, New York. Tra l'inizio e la fine della narrazione non ci sono eventi significativi se non un decesso, anche questo sbrigato in poche righe.  

Non è un romanzo di formazione ma un racconto che fotografa la realtà, e più precisamente intende fotografare una realtà che non cambia: le persone che si discostano dal branco e dalla media non cambiano un granché, non sul breve ma nemmeno sul lungo periodo, al massimo possono imparare a camuffarsi un po' tra la massa. E del resto anche il branco rimane sempre uguale a stesso. Scopo del racconto è semplicemente far conoscere al lettore un po' più da vicino questo profilo di personaggio che parla poco, cui viene più istintivo isolarsi anziché socializzare, soggetto ad attacchi di panico, tendente a criticare cose e persone e ragionamenti più che altro per un bisogno di 'analizzare' che però viene immancabilmente scambiato per intento polemico. E soprattutto, un profilo che di solito viene rudemente descritto dalla maggioranza come disturbato o disadattato, cui vengono riservati atteggiamenti che oscillano tra il biasimo e il compatimento senza fermata alcuna nella metà via.  

"...avevo sempre pensato – o sperato – che gli adulti non fossero necessariamente schiavi dello stesso cieco conformismo di tanti miei coetanei. Ero sempre stato impaziente di diventare un adulto perché credevo che il mondo degli adulti fosse, be'… adulto. E che quando stavano insieme, gli adulti non facessero branco o si comportassero da stronzi, che per loro non fosse più il concetto di "in" e "out" a decidere le relazioni sociali, ma ormai cominciavo a capire che quel mondo era stupidamente brutale e pericoloso come il regno dell'infanzia." 

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