Termino la lettura del libro della Russo lasciando un Federico II di Svevia quattordicenne, e mi viene voglia di ritrovarlo adulto in una lettura che mi era piaciuta molto, tanti anni fa, in un racconto della Mancinelli. Mi pareva di ricordarlo adulto, ma per essere più precisi l'imperatore qui è ormai invecchiato, stanco e malinconico. A parte questo, nonostante la distanza di oltre dieci anni, l'impressione prodotta dalla rilettura non perde di freschezza, la scrittura della Mancinelli è proprio nelle mie corde.
Da qualche parte nei commenti precedenti a questo, qualcuno ha scritto che "Bianca è insopportabilmente donna dell'amor cortese": a parte quel "insopportabilmente", l'affermazione mi trova d'accordo: era l'Italia tutta che si fiondava come un razzo (un grosso razzo-stivale...) in quella precisa direzione, e la Mancinelli rende perfettamente il senso di questa corsa forse non precipitosa ma certo densissima di eventi e personaggi, e altrettanto densa di codici e linguaggi ben precisi. Federico II altro non è stato se non un precursore di tanti famosi signori e principi che sarebbero comparsi di lì a poco (poco, si fa per dire...) sulla scena della Storia: guardandoli dal nostro punto di vista, sembrano principini che si occupano di smancerie da telenovela, ma sono state proprio quelle smancerie a contraddistinguerli ed elevarli rispetto degli zotici capi-tribù. E allora ben venga l'amor cortese, ché sono la musica e la poesia a distinguerci dalle bestie.
E non è tutto: accanto al racconto romantico di Bianca e alla vena malinconica di Federico II ormai invecchiato, la Mancinelli inserisce con un gusto tutto shakespeariano i dialoghi tra la balia e lo scudiero di Tannhäuser, i voli dei falchi e le corse del grosso cane Pelone che all'occorrenza si trasforma anche in una borsa dell'acqua calda. Un gioiellino, lettura caldamente consigliabile.
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