domenica 11 febbraio 2018

I fratelli Ashkenazi - Israel J. Singer

Dieci giorni fa ripongo il libro della Segal nello scaffale e subito di fianco c'è Singer. Siccome la sera prima avevo giusto rivisto – per la milionesima volta – Schindler's List, decido che è proprio quello di cui ho voglia: non tanto, o comunque non soltanto, leggere delle persecuzioni nei confronti degli ebrei nell'Europa orientale, ma leggere qualcosa ambientato un passo prima, un attimo prima che tutto inizi a precipitare (laddove "attimo" è da intendersi nel significato dal punto di vista della Storia, direi un "attimo" quasi geologico): sbirciare nella vita di quelle famiglie, nelle loro tradizioni e nei loro borghesi e a volte lussuosi appartamenti, prima che ne venissero scacciate con la forza e scaraventate nel ghetto, e quelle case dalle ampie stanze perfettamente arredate venissero occupate dagli ufficiali delle SS oppure da personaggi senza scrupoli come inizialmente era lo stesso Schindler (e qui si veda la scena con Liam Neeson che si corica vestito nel letto e dice "non poteva andare meglio").  
Ho trovato quello che cercavo e tanto di più. Un'opera caratterizzata da quel grandioso respiro epico a cui proprio non si può dare meno di 5/5. A tratti ho pensato di togliere una mezza stellina perché, nella parte centrale del romanzo, la trama tende a sfilacciarsi alquanto... ma che diavolo, la scrittura ha una tale sinuosità e una tale finezza nel calare il lettore dentro il punto di vista di ogni personaggio, che non me la sento proprio di smussare la punta alle stelline.  

La scrittura molto semplice e diretta, e la struttura che alterna capitoli corali con capitoli che focalizzano più strettamente sulla famiglia Ashkenazi, ricordano molto da vicino "Furore" di Steinbeck. Ma a dire il vero le due opere si avvicinano anche per le tematiche trattate, prima fra tutte la miseria dei molti che come un'ondata va a schiantarsi sui granitici scogli che rappresentano la ricchezza dei pochi.   
Altra similitudine: Simcha Meyer Ashkenazi è la fotocopia di Beppino Scacerni detto Coniglio Mannaro. Anzi, è possibile che Bacchelli, per creare il suo personaggio, si sia almeno in parte ispirato da qui.  

Non è soltanto la storia di due fratelli e di un tardivo ravvedimento. Il motore che muove la prima parte del romanzo è l'insofferenza dei figli nei confronti dei padri: le ancestrali tradizioni dei chassidim, con tutti gli infiniti e minuziosi rituali, sono descritte squisitamente ed assumono finanche un'aura di fascino; altrettanto intenso ma tremendo è il fascino di quel movimento tellurico che parte dalle nuove generazioni le quali, nella Polonia della seconda metà del diciannovesimo secolo, iniziano a sentire la voglia e il bisogno di scrollarsi di dosso il peso di questi padri assillanti e di un Dio che sentono feroce e vendicativo. E questo scrollare le fondamenta di tradizioni fino ad un certo momento ritenute immutabili, può in un certo senso accomunare quel che qui accade a Łódź con quello che, in altre pagine e con altri toni, si fa accadere a Gormenghast. Dopo che la scossa sismica è stata innescata, provvederanno le guerre, le rivoluzioni e le congiunture geo-politiche, ad accelerare ancora di più la centrifuga della Storia.  

Il romanzo cattura il momento cruciale del passaggio, in Europa, tra la civiltà contadina e quella industriale; fotografa anche l'immagine di una nazione, la Polonia, che come un uscio sbatacchiato dalle correnti d'aria, si trova a dover subire in alternanza le dominazioni provenienti da Oriente o da Occidente con relativi passaggi di devastanti eserciti; infine fornisce le più semplici e pertinenti risposte a tutte quelle domande che ci si pone di solito dopo aver letto testimonianze come, ad esempio, il Diario di Anna Frank: guardando la Storia da qui, si capisce perfettamente com'è che nessuno ha mosso un dito in difesa di questa gente, o meglio, com'è che tutti hanno remato nella stessa identica direzione (salvo quelle poche eccezioni che confermano la regola). Mentre risponde alle domande difficili sulla Storia, il romanzo lascia però aperti gli interrogativi sulle domande "facili" della vita:  

"Quali medicine avrebbero potuto sanare una vita sprecata e mal spesa? In che cosa poteva trovar rifugio per consolarsi di un completo fallimento?" 

"I suoi calcoli erano stati abbastanza logici, ma a che cosa serve la logica in un mondo che ha perduto la testa? In mezzo ai mentecatti il sano di mente è uno scemo."  

"Chi semina odio raccoglie sventura." 

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