...quando si dice che è il libro a scegliersi il lettore e non viceversa: questo libro mi ha chiamata, letteralmente. Io mi aggiravo per la libreria un po' incerta, avendo pochi minuti a disposizione, e lui se ne stava lì nello scaffale stretto stretto tra altri cento: un dorso nero spesso tre dita, dunque non possono essere stati né il colore, né la copertina che io non vedevo, ad attirare la mia attenzione. Eppure, già da lontano ho saputo che dovevo andare lì. Ho avvertito la prepotente chiamata telepatica, di più, una vera e propria telefonata, e l'occhio e la mano si sono diretti al volume con assoluta sicurezza. Quando le cose accadono in maniera così decisa e netta non si può certo pensare di contrastarle: vado alla cassa e pago.
Ho trovato così un romanzone quasi quasi da 5/5, dotato di grande ricchezza sotto ogni punto di vista, che si propone di descrivere – con lo stesso tono e lo stesso spirito come se si trattasse di una grandiosa impresa epica – gli albori di quello che solo in seguito verrà ribattezzato come "Arcipelago Gulag". E ci riesce: avendo alle spalle un notevole lavoro di ricerca e documentazione, nonché evidenti capacità e conoscenze letterarie da parte dell'autore, ci riesce proprio. Riesce ad avere persino un alone di somiglianza con 1984 di Orwell.
Il campo di prigionia delle isole Solovki verso la fine degli anni '20 è raccontato come un mondo a parte ma anche come una Russia in miniatura, con rivoluzionari e controrivoluzionari, bianchi e rossi, cosacchi e ceceni, contadini analfabeti e colti nobili che parlano quattro o cinque lingue, poeti e criminali tatuati, cinesi, vescovi ortodossi, scienziati stralunati.
La narrazione è lenta perché dettagliatissima, ma sempre gustosa e coinvolgente, mai nemmeno per un attimo mi sono annoiata e mai mi sono persa tra i tanti nomi ed eventi, grazie anche alla trama perfettamente in ordine cronologico e con una struttura classicissima nell'alternanza di climax e anticlimax, nell'avvicinarsi dei due innamorati appartenenti a fazioni opposte, nelle numerose e ben piazzate citazioni letterarie. Nulla di visionario o surreale, persino i sogni del protagonista sono estremamente chiari e concreti (cosa che ho molto gradito), si incontra anche una certa qual tensione spirituale che cerca di travalicare i confini della religione e dell'ateismo di regime. Anche l'umorismo che compare qua e là è decisamente di mio gusto.
Il protagonista Artëm, con il suo amore per la poesia e il suo cercare di vedere sempre ogni cosa in rima, è degno precursore dei ragazzi moscoviti che si troveranno, poco più di vent'anni dopo, nella Storia Russa della Ulitskaja.
Nella prima parte del racconto, durante tutta un'estate solovkiana, si osserva Artëm compiere una contorta ma a suo modo irresistibile scalata delle gerarchie interne al campo di prigionia – o laboratorio, come lo chiama il direttore del campo, un modo di concepire la cosa che anticipa di parecchio la "casa" del reality show, ma a quanto pare inizialmente c'è stato chi credeva veramente nell'avviarsi di un progetto 'alternativo'. Il susseguirsi di episodi drammatici con momenti di ilarità è lo specchio dell'animo del protagonista: anch'egli, nel suo animo, si dibatte tra la cupa disperazione della detenzione e la felicità che è in grado di ricavare dalle piccole, piccolissime cose quotidiane, discorrendo tra sé e sé, mentalmente oppure anche ad alta voce, dandosi sempre buoni consigli e quasi mai mettendoli in pratica.
Nella seconda parte, gli spifferi invernali non saranno solo di tipo meteorologico: il cupo inverno della ragione si manifesta in tutta la sua tragedia nelle pagine più agghiaccianti, le quali espongono in maniera estremamente semplice ed empirica (e ancora una volta, documentata) come l'esperimento sia orribilmente fallito in partenza e stia anzi dando il via ad un disastro che va ingigantendosi; le pagine mostrano come si trasforma un uomo in una larva, così che il lettore può tornare una volta di più a domandarsi "...se questo è un uomo": perché se da un lato l'essere umano "è una bestia dura a morire" - quantomeno dal punto di vista strettamente fisiologico - è pur vero che quando qualcosa nella sua anima si spezza, non lo si può aggiustare più.
Ora che l'ho terminato mi sento un po' orfana, certe soddisfazioni non capitano tutte le volte che si inizia un libro nuovo e per di più acquistato completamente alla cieca.
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