Irritante e deludente. Una lettura vagamente spiacevole, mi ha messa di cattivo umore. L'ho divorata affannosamente in attesa di giungere al punto di rottura, a quel break-even che dà un senso a tutto ciò che precede, e invece niente. L'autrice vuole scrivere una biografia del figlio e del loro rapporto, e per essere il più obiettiva possibile costruisce la sua opera quasi esclusivamente su un collage di lettere, cartoline, temi scolastici, appunti, pagine di diario: vuol far parlare il figlio il più possibile in prima persona. Ma raggiunge l'esatto opposto del suo intento: non ottiene un'esposizione oggettiva, in compenso obbliga il lettore a sopportare la leziosità e talvolta la cripticità di quegli scritti. L'analisi che la madre vuole fare sul figlio e sul loro rapporto si rivela deludente a causa dell'atteggiamento di lei che, a distanza di anni e per sua stessa ammissione, da un lato si auto-crocifigge per i presunti errori e dall'altro si bea nella convinzione della di lui genialità: un discorso lucido e oggettivo poteva essere fatto solo centrando la metà via tra quei due punti di oscillazione.
E' irritante in quella premessa, quell'assunto iniziale che dà per scontata una palese genialità del figlio (mi viene in mente mia mamma che parlando della figlia di una sua amica, dice "...è proprio vero, genio e sregolatezza!" in quanto la ragazza è disordinata e un po' svampita ma si è laureata con buoni voti. Inutile spiegarle che il genio è un'altra cosa, è Michelangelo, Leonardo o Einstein o al massimo Hawking).
Non è con la glorificazione del figlio che si può spiegare il suo male di vivere. Io l'ho compreso perché sono in parte come lui o forse peggio di lui: detesto le convenzioni quanto lui e pratico la socialità meno di lui. Ma ad una persona solare, socievole ed estroversa il messaggio non credo che arrivi nella sua interezza: quel dolore della distanza che si voleva esprimere negli intenti iniziali, non trova in queste pagine la sua dimensione ideale.
La minuziosità dell'indagine è al tempo stesso il suo pregio e la sua nota dolente, una minuziosità quasi da vivisezione. A partire dalle semplici piccole cose che costituiscono la vita di qualsiasi bambino in qualsiasi tempo – la scuola, i compiti da fare, i capricci, la minestra da finire, le gelosie nei confronti di una tata o di una zia – inizia ad impostare un'analisi psicologica e finanche filosofica sul figlio, se non fosse che finisce l'autrice stessa per cadere nelle stesse banalità di quando due mamme o due nonne si incontrano al mercato e prendono a parlare dei bimbi: il pretendere di vedere in ogni suo piccolo gesto un'anticipazione dell'adulto che sarà in futuro; il meravigliarsi nel vedere il bambino interessato a cose che in fin dei conti piacciono a tutti i bambini; attribuire uno strabiliante valore artistico ai disegni o alle poesiole del bambino; attribuire valore filosofico e riflessivo a frasi che il bambino pronuncia probabilmente a casaccio o solo per ripetere qualcosa di già sentito; la vergogna e i sensi di colpa per le piccole promesse non mantenute nei confronti del piccolo; analizzare i dispetti del bambino nei confronti del genitore come se fossero eventi con radici antiche di millenni e non una parte integrante dei canonici capricci. Procedendo in ordine cronologico, i capricci dell'infanzia vengono sostituiti dalla pedanteria dell'adolescenza e poi dalla strafottenza del giovane adulto, ma la sostanza del racconto non cambia.
Nella madre-scrittrice, il tono misuratamente distaccato prelude a quella ricerca di obiettività che va però a schiantarsi contro i sensi di colpa e sensi di vergogna, i quali a loro volta stridono ridicolmente o anche penosamente con quello stesso tono. Che non intenda essere un romanzo nel senso classico del termine, questo è evidente e pacifico. Ma non sta del tutto in piedi nemmeno come biografia o come simil-romanzo: sia perché manca di quella struttura oggettiva di cui sopra, sia perché manca un po' di materiale legante tra una cartolina e l'altra, e anche perché se mi nomini delle persone/personaggi - la Maria, la Luciana, Luigi, il Reno, la Lilly, la Nenè - mi devi dare quanto prima modo di capire chi o cosa sono costoro in rapporto al personaggio principale e alla storia che stai svolgendo. Questo genere di scarnificazione del discorso la posso ancora vagamente capire e sopportare in un McCarthy, ma qui no. Se non intendi spiegarmeli, certi dettagli, non esporli nemmeno. E' un diario destinato a lettura privata, non adeguatamente rielaborato per la pubblicazione. Mi si potrebbe replicare che la sostanza del racconto è proprio quel che emerge da tutte queste mie considerazioni, cioè la difficoltà di essere genitore, la difficoltà di sapersi "dosare" quando ci si trova presi tra due fuochi. Ma per esprimere questo concetto bastavano poche parole: ogni scarrafone è bbello 'a mamma soja.
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