Che belli i romanzi come questo, che raccontano storie di vita vera. Ho iniziato a leggerlo pensando: "Di solito, nella cinematografia, le storie che girano attorno al pugilato funzionano bene: vediamo se funzionano altrettanto bene nella letteratura." Sembra proprio di sì.
Storia gustosa, verace, succosa sin dalle prime pagine, zeppa di termini in dialetto siculo (che ho compreso solo per metà), la qual cosa non va ad inficiare ma anzi va ad arricchire il piacere di lettura. Il pugilato come storia di formazione, scuola di vita e di resistenza ma anche come elemento intrinseco del DNA.
Il libro ha una struttura originale e ben riuscita. Zampettando in avanti e all'indietro lungo la linea temporale, con brevi e rapidi flashback e flash-forward, proprio come i saltelli in punta di piedi di un boxeur, con un'ironia aggraziata, e un'aria altrettanto composta quando deve parlare di pietà e compassione, il racconto va così costruendosi poco a poco con il discorso diretto del protagonista e con il discorso indiretto in cui egli riferisce dei suoi dialoghi con lo zio, il nonno e la nonna. E infatti il romanzo non si compone solo della storia del giovane pugile protagonista, ma si costruisce su oltre cinquant'anni di storia di una famiglia palermitana, a partire dalla seconda guerra mondiale fino al giorno d'oggi e gli episodi si rincorrono, si incrociano e si sovrappongono come dei déja-vu, o come delle premonizioni, qualche volta come delle maledizioni o qualche volta come ineluttabili elementi di genetica. L'abilità con cui l'autore fa combaciare i punti culminanti dei diversi piani temporali del racconto è davvero brillante e rende la lettura molto avvincente.
Anche se la boxe è uno dei temi principali, non c'è nessuna spacconeria, nessuna esagerazione nella storia: forse solo all'inizio, quando ancora si deve prendere confidenza con i personaggi, il narratore indulge un po' nel voler creare scene memorabili e al rallentatore, quasi in stile film western, ma il tutto finisce per essere poi stemperato con il prosieguo della storia.
Altra nota: un po' poco realistico che in cinquanta e passa anni di storia palermitana non ci sia, non dico un contatto vero e proprio con la mafia (e specialmente poi nell'ambiente della boxe), ma almeno l'angoscia da parte della gente comune. Per come è raccontata qui, la paura vera sembra esplodere solo dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio. Dicevo, poco realistica una mafia così lontana e in secondo piano, ma gliela concedo come licenza poetica, perché se uno deve ambientare una storia in Sicilia non può mica essere sempre e soltanto La Piovra.
Finale stra-goduto, perla nascosta promossa con ottimi voti, propendo per quattro stelle e mezza.
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