lunedì 9 aprile 2018

La scelta di Sudabeh - Fattaneh Haj Seyed Javadi

Scrittura piatta come una tavola da surf. Dialoghi che sembrano appena usciti da un filmetto di quart'ordine. Poi, una volta conosciuta la storia e i personaggi, inevitabile che subentri la curiosità di sapere come va a finire. Come soap, o più in generale come lettura di intrattenimento puro, c'è di peggio ma c'è anche di meglio. 
Però acquista un tantino in più di valore se lo si guarda non come storia melensa ma come allegoria: le due protagoniste, zia e nipote, che sono l'una alter ego dell'altra - donne caparbie ma impossibilitate a cavarsela del tutto da sole e a tagliare qualsiasi ponte con il passato, con le tradizioni, con la famiglia, ecc. - sono a loro volta alter ego della nazione iraniana. Visto in quest'ottica, il romanzo potrebbe anche insegnare qualcosa a chi avesse già una base, a chi si fosse già costruito una certa conoscenza dell'impero persiano e della sua (relativamente) recente fine.  
  
Anni '20, i vicoletti e le piazze di Teheran, la fontana all'angolo, le bottegucce, l'hammam, e poi gli interni delle case dei nobili, ricchi e lussuosi quanto lussureggianti i giardini con le fontane e fiori di ogni sorta e profumo. Una primavera che volge rapidamente in estate, a simboleggiare il maturare degli eventi che incombono. 
"Una volta rientrata a casa non ebbi il coraggio di guardare nessuno. C'era un putiferio per via del neonato, ma anche fuori l'intero paese s'era gettato in braccio a Reza Khan. E io? Io spasimavo per il garzone del falegname. L'Iran ce la fece prima di me a superare il turbamento del cambio di regime, e anche più facilmente. Il mondo era sottosopra." 
Qui non bisogna aspettarsi approfondimenti specifici di storia o politica iraniana, gli unici accenni sono semplicemente del genere della citazione di cui sopra.  
Pur essendo la storia alquanto romanticona, bisogna riconoscerle il merito di non puntare al finale lieto a tutti i costi, e a non mirare all'insegnamento del "va' dove ti porta il cuore", anzi di mirare all'esatto contrario. E in questo senso, se si accosta la citazione in quarta di copertina (L'amore è come il vino, devi lasciarlo giacere anni e anni affinché sedimenti e riveli il suo sapore, perché diventi inebriante. Altrimenti brucia come la febbre e ci si ubriaca subito) con il titolo originale dell'opera (che dovrebbe suonare qualcosa come "Il dopo sbornia" o "il giorno dopo la sbornia" o forse un più immediato hangover) il tutto assume un tono vagamente ironico, un'autoironia inusuale per un romanzo di questo genere. 
L'allegoria mi sembra abbastanza facile da capire - così come la ragazza non avrebbe dovuto buttarsi tra le braccia di uno zotico senza prima riflettere, allo stesso modo l'Iran non avrebbe dovuto buttarsi tra le braccia della rivoluzione...? -e tuttavia non è immediata da percepire, non la si sente sulla pelle, non sbuca con forza tra una riga e l'altra. Più immediato, per tematiche e costruzione della trama, è invece l'accostamento con Mille splendidi soli di Hosseini 

Altro elemento da tenere presente è la contestualizzazione: il romanzo è stato scritto oltre vent'anni fa. Forse in quel momento era rivoluzionario già solo per il fatto di mettere in primo piano gli interni familiari, la condizione femminile, i primi dilemmi chador-si o chador-no e tutte quelle considerazioni che oggi per noi iniziano a sembrare anche un po' trite ma vent'anni fa non lo erano affatto. In ogni caso, la valutazione in data astrale 2018 è di tre stelle stiracchiate, anzi no, due e mezza per via del finale: mi sta bene un finale aperto, ma è mancata un'ultima considerazione da parte dell'autrice, un qualche approfondimento del suo pensiero. Sulla base degli articoli che avevo letto, del successo che il libro ha avuto in patria e delle numerose traduzioni in tutto il mondo, mi aspettavo di meglio.  

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