Quanto amore per quattro mura, quanta violenza in nome di un Dio.
Delicato come un taglio di tessuto pregiato. Molto scorrevole grazie al tono fiabesco e grazie alla struttura narrativa che non si perde in tanti intrecci ma si limita ai singoli episodi, quasi come racconti separati che però hanno gli stessi protagonisti.
Con questa delicatezza e questa scorrevolezza arriva a comporre il quadro di un qualcosa che ha invece un peso significativo: la malinconia di una casa che va svuotandosi, tradizioni che vanno perdendosi, le cose che cambiano irrimediabilmente, una rivoluzione che incombe. E malgrado l'aria da cambiamento e tragedia epocale, in sottofondo resta comunque un'atmosfera domestica dorata, il senso di protezione delle quattro mura, l'amore per la casa e la semplicità.
Nonostante gli evidenti difetti emersi durante la lettura de La scelta di Sudabeh di Fattaneh Haj Seyed Javadi, terminato giusto un paio di settimane fa, una cosa molto positiva rimastami di quel romanzo è stata l'ambientazione: talmente positiva che ho avuto voglia di tornarci subito, e ritrovare quei racconti di Islam domestico e familiare - per le fregnacce sul Feroce Saladino basta il telegiornale. E così sono rimasta piacevolmente impressionata nell'osservare quante somiglianze ci sono tra i due libri: ambientazioni, situazioni, tradizioni, personaggi. Somiglianza anche nella semplicità e nella pacatezza del linguaggio. Impressione nella assoluta continuità che si riscontra tra la Teheran anni '20 e la Senjan degli anni sessanta-settanta. Ma il punto di forza di Abdolah è che non racconta un episodio tanto per metterlo lì: mostra comunque tutte le implicazioni sociali, religiose, politiche, cambiamenti economici, mostra molto bene tutto quello che c'è intorno e svela così un mondo intero. Pur senza nessun radicalismo, nessun intento di predicare, di mostrare un bene o un male, ma anzi dando vita a dei protagonisti che sono l'incarnazione della pazienza e del perdono. La sua è la autentica arte dei grandi narratori, che parte da Omero e arriva intatta fino ai giorni nostri.
Storie di Storia persiana: per l'esattezza, trent'anni di Storia persiana con la rivoluzione khomeinista al centro. Quale disastro possa provocare una guerra civile, è ben espresso nelle parole incredule dei protagonisti:
"E' successa una rivoluzione, Faqri, questo non è solo un rovesciamento del potere politico, qui si è capovolto qualcosa nella testa della gente. Stanno per succedere cose che nessuno di noi avrebbe mai immaginato in una vita normale. La gente commetterà atrocità terribili. Guardati attorno, non vedi come sono tutti cambiati? Le persone sono quasi irriconoscibili. Non si capisce se si sono messi una maschera o l'hanno gettata."
"Sono persone semplici e quasi tutte analfabete. Lo scià non ha fatto niente per loro e non faranno niente neanche gli ayatollah. Io non serbo loro rancore."
E così ho finalmente capito: questa incredulità è la stessa che esprime la protagonista del libro di Fattaneh Haj Seyed Javadi di fronte alle proprie personali disgrazie. Solo dopo questa lettura ho scoperto che quel romanzo è davvero un'allegoria del travaglio del moderno Iran; il paragone non è immediato solo perché la metafora si esprime in un contesto temporale anticipato di molti anni.
Con il procedere della lettura, diventa via via più evidente che l'amore per le antiche mura e l'intimità domestica non impedirà alla congiuntura geopolitica, con i grandi eventi internazionali, di bussare alla porta e a volte anche di buttarla giù con violenza e infilarsi tra i legami familiari proprio come la polvere del tempo che il vento insuffla nelle crepe e negli interstizi. Il libro stesso è in sé la realizzazione del sogno del protagonista Aga Jan, che il nipote gli succeda nella custodia della casa e della Moschea: il nipote Shahbal, chiaramente alter ego di Kader Abdolah, raccontando la storia della Casa della Moschea e portandone il ricordo nel cuore, ne diventa a suo modo e nonostante tutto il custode più alto e definitivo.
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