Riletto per l'ennesima volta, ma non sono sicura di riuscire a scrivere qualcosa di intelligente. Della somiglianza con L'armata a cavallo di Babel' è già stato detto, inutile ripetere.
Non è un saggio perché non c'è nulla della spiegazione o della teoria, anzi sotto questo aspetto dà per scontato che il lettore abbia un'infarinatura in fatto di brigate, battaglioni, comandanti e commissari e riguardo il modo in cui si sono formate le prime bande in montagna. Non è nemmeno un romanzo perché non indulge in nessuna fiction e ed è pressoché privo di struttura. E allora che cos'è? Un resoconto, nudo e crudo, spezzettato su singoli episodi che però sono in ordine cronologico e con buona parte dei protagonisti in comune.
Tanto lucido da sembrare scritto il giorno dopo, eppure tanto asciutto da poter sembrare scritto cent'anni dopo, ma così asciutto da non potersi affermare con certezza quale possa essere, tra i partigiani qui nominati, l'alter ego dell'autore. Spulciando su internet ho poi scoperto che il nome di battaglia di Bertoli era "Gino": nel racconto il suo nome non compare mai, proprio come il bravo fotografo che rimane sempre dietro la fotocamera.
A dire il vero, all'ennesima rilettura iniziano ed emergere anche i difetti, come un viso che visto più da vicino inizia a mostrare una qualche ruga: nel voler collocare i protagonisti su uno sfondo, Bertoli non indugia più di tanto nel descrittivo, ma per completare la fotografia si concede una qualche licenza poetica ricamando sul colore del cielo, sulle nuvole, sul fumo di sigaretta, sull'aria stessa che circonda i protagonisti e che a volte finisce per sembrare un elemento solido piuttosto che gassoso e impalpabile. Ecco, queste licenze poetiche in qualche passo mi sono risultate ridondanti. Ma anche rilevando qualche difettuccio della scrittura non toccherò le cinque stelle, in questa lettura mi sento troppo a mio agio per diventare severa col giudizio.
Mi emoziona particolarmente leggere queste storie vere che si sono svolte in luoghi in cui vivo e luoghi che ho imparato a conoscere a memoria quasi come li conoscevano i protagonisti del libro, e sapere che uno o due di questi ragazzi forse forse li si potrebbe ancora incrociare al mercato del lunedì o in quel gruppetto di vecchietti annoiati e un po' decrepiti che pascolano solitamente nella hall del centro commerciale, anch'esso ormai decrepito. Ma ha ragione Bertolucci quando nella prefazione scrive che molti di loro, se leggessero La Quarantasettesima, non si riconoscerebbero nemmeno.
Da una parte sento che i luoghi ci sono ancora – i monti e i paesi sono gli stessi, certe strade e alcune case sono le stesse – e dall'altra vedo che non ci sono più – asfalto e cemento hanno ingoiato tutto, restano solo qualche modesto pilastrino o lapide, che vorrebbero ricordare ai passanti quanto accaduto neanche tantissimi anni fa, ma nessuno più si dà la briga di leggere le diciture, mezze coperte dai licheni, su quel pilastrino o quella lapide. Quale delle due sensazioni corrisponde maggiormente alla verità?
Ma no, ripensandoci meglio, non restano solo le lapidi. La sede del comando unico era nell'albergo Ghirardini a Bosco, ci sono stata a mangiare tante volte e altrettante ci tornerò: così a occhio direi che è rimasto identico come allora. C'è stata battaglia persino al Lago Santo, esattamente il luogo dove ho scattato una delle foto caricate qui nel mio profilo. E poi, come raccontavo nel thread del 25 Aprile, la casa dove ho abitato per sette anni è con ogni probabilità il luogo in cui si svolge uno degli episodi che compongono questo libro, il che significa che infondo al cortile del mio ex-vicino di casa ci hanno giustiziato un tizio. Poche centinaia di metri più in là ci sono la vecchia scuola e la chiesetta dove si svolgono le battute finali del racconto. E procedendo altri duecento metri lungo la stessa strada, ancora oggi abita un tizio che per salutare, quando vede passare un paesano o un conoscente, leva il braccio nel saluto fascista: bisogna giustificarlo, mi raccontano, il fatto è che lui ancora oggi ce l'ha con i partigiani che durante la guerra gli hanno bruciato il fienile e malmenato il padre. Mbeh – penso tra me – se l'hanno fatto c'era un motivo, di sicuro non era tanto per fare uno scherzo di cattivo gusto. Ecco, sono le sciocchezze come queste che fanno sentire come un po' di quegli anni, in bene o in male, viva ancora oggi.
La Resistenza in queste vallate è stata molto meno perfetta rispetto come sono andate le cose a Barge, come da racconto di De Luna che sto giusto ora terminando, e bisogna rendere ulteriore merito a Bertoli che ha saputo essere sincero e inserire nel suo resoconto non solo gli eroismi ma anche gli egoismi, i personalismi, le ripicche e le paturnie. Sono proprio l'imperfezione e la ruvidità che fanno affezionare ancora di più alle teste troppo calde della quarantasettesima: sono le caratteristiche dei personaggi dei romanzi moderni, eroi ed antieroi al tempo stesso, ma sapere che nel loro caso era tutto vero li fa entrare ancora di più nel mito, o nella leggenda o dir si voglia. E quindi si capisce bene che il piacere che si ricava da questa lettura è il piacere di mescolare tutto per crogiolarvisi dentro come in un morbido piumone: Storia passata e attimo presente, verità e leggenda, i passanti giù in strada e i fantasmi alla finestra, apparenza sulla superficie e significati al di sotto della superficie.
Nessun commento:
Posta un commento