Bravo Balzano: proprio una bella storia di resistenza civile. Grazie anche alle dimensioni contenute, me la sono letta tutta d'un fiato.
Una madre che si rivolge alla figlia, come in una sorta di lunga lettera, e le racconta in prima persona la propria vita dal '23 ad oggi. Bisogno di raccontarsi per spiegarsi, per giustificarsi, per causa di troppi segreti e troppi dolori rimasti nel gozzo: se non li si sputa fuori, finisce che fanno soffocare.
Nel tono intimo di questa lettera-confessione ho ritrovato con piacere la stessa atmosfera che ne Il giro del miele di Campani si crea nella confessione di una notte, davanti al camino, tra i due amici.
Pur essendo il racconto collocato in un contesto molto ben preciso, sia come luogo che come tempo, si comprende bene l'intento spiegato anche da Balzano stesso nella sua nota: è l'intento di raccontare una storia privata e personale, seppur collocata all'interno della Storia con i suoi grandi stravolgimenti. In questa lettura la priorità deve andare alla prima, la seconda è solo un doveroso sfondo, non c'è intento di vero e proprio approfondimento, casomai solo di suggerimento in tema di guerra, comunità, confini, rispetto delle minoranze e del paesaggio.
Condivido la nota di @Clara Mazzi circa il carattere e le caratteristiche dei montanari, e specialmente per quanto concerne quegli anni difficili; tuttavia le parole che Balzano fa dire/scrivere alla sua protagonista non sono del tutto fuori luogo in quanto si tratta di una donna che sin da ragazza ha studiato da maestra, e dunque sin dall'inizio del racconto si trova ad avere un bagaglio culturale diverso dalla maggioranza della sua gente, e strumenti diversi per comprendere quello che accade dentro e intorno a lei. I genitori di lei, ad esempio, sono descritti molto molto più similmente a quanto dice @Clara Mazzi. È vero che i montanari (non solo altoatesini) sono forgiati da secoli di vita durissima e non sono per nulla portati né educati ad un certo livello di riflessione, ma in effetti io in questa storia non ho sentito i protagonisti dire qualcosa marcatamente al di fuori di questo tracciato.
La scrittura è un tantino più approssimativa rispetto "L'ultimo arrivato": qui c'è più atmosfera e meno precisione narrativa. Come se questo libro fosse sgorgato fuori con più urgenza: una scrittura di qualità differente ma non per questo inferiore.
Last but not least, l'altro tema che emerge con forza da queste pagine - oltre che dalla copertina - è quello direttamente collegato alla costruzione della diga: la distruzione, anzi diciamo pure lo stupro del paesaggio e l'impotenza della povera gente, della gente comune, di fronte a quelli che oggi si usa chiamare poteri forti o casta o quant'altro. Si mette l'accento anche sull'inerzia e l'indifferenza di molte persone nei confronti di questo tipo di guai che ciclicamente piovono in testa alle piccole comunità. Anche sotto questo aspetto, come per tante altre cose, oggi il confronto è ancora più esasperato: rispetto quegli anni, gli amministratori con un po' più di sensibilità nei confronti del paesaggio sono aumentati di numero, ma dall'altro lato palazzinari e cementificatori vari sembrano essere sempre più ingordi; e se da un lato anche le persone comuni si sanno dimostrare più attive (leggasi: Val di Susa) dall'altro restano comunque tante altre persone comuni che si sono fatte lobotomizzare il cervello e sarebbero pronte a dichiararsi favorevoli a questo tipo di progetti (e qui penso al progetto della diga di Vetto). Quando hanno costruito questa diga a Curon pare che fosse la più grande d'Europa, poi dopo neanche tanti anni è stato costruito quell'altro mostro del Vajont, nuovo record europeo, e sappiamo bene com'è andata e quante vite si è mangiato. Le due vicende hanno molto in comune. Ma questa disgraziata nazione, che non ha il vizio della memoria, pare piuttosto avere ancora oggi la cementite acuta: eppure non ci vuole molto per capire che queste colossali idiozie sono soprattutto pericolose. In un passaggio del libro già citato da molti, si dice che la diga si può costruire anche altrove mentre il paese no. E questo non è neanche del tutto vero perché è possibile costruire o ri-costruire da zero una comunità dignitosa e armoniosa, e del resto è la stessa protagonista del libro a desiderare più volte di andarsene: ricominciare da zero da un'altra parte, per un singolo così come per una comunità, non è il male assoluto. Il male veramente assoluto e irreparabile è – lapalissianamente – la morte: le vite perdute non si recuperano e non si indennizzano.
Verso il finale, agghiacciante il passo relativo al cimitero. Se già non è tanto normale che qualcuno possa arrivare a dire o pensare che il progresso vale più di un mucchietto di case, la mancanza di pietà per i poveri resti di esseri umani significa che la nostra specie è già in fase di regressione. The end of the human race will be that it will eventually die of civilization (Ralph Waldo Emerson).
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