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Me lo sono gustato molto, nonostante l'abbia vistosamente sbocconcellato, o forse proprio grazie a questo. Finito di leggere in un contesto quanto mai propizio: il pomeriggio di un assurdo 31 maggio funestato da tuoni, nuvoloni plumbei e refoli d'aria gelida foriera di grandine. Dico propizio perché questo libro è densissimo di pioggia: quasi tutti acquazzoni e temporaloni estivi, ma è davvero un flusso scrosciante e infinito. E del resto è un libro denso e gravido e tempestoso proprio come quei cumuli nembi giallastri e lividi che continuano a girare in tondo qua sopra, oltre che di acqua è un libro stracarico di un sacco di altre cose: immagini, bisbigli, parole, atmosfere e - per quanto semplici e di impianto fiabesco possano essere - possibili significati e interpretazioni.
In generale, confermo le considerazioni e impressioni annotate in occasione della lettura del primo volume: il senso del grottesco e dell'umoristico, l'ambientazione gotico-psichedelica (chiamarla fantasy non mi finisce), la raffinatezza delle descrizioni; il tema (sempre in sottofondo) del ribaltamento delle tradizioni che viene percepito come qualcosa di maligno, un tradimento che è tuttavia ineluttabile. Collegato al tema della tradizione, c'è il tema dell'identità: nel determinare un individuo, contano più le sue personali tensioni e aspirazioni o tutto quell'insieme di tradizioni che sin dall'infanzia gli gravano sulle spalle?
In maniera più esplicita si aggiungono anche i temi della mancanza di affetto, della difficoltà di comunicazione dei sentimenti, la follia come condizione temporanea oppure permanente.
Altri aspetti positivi e negativi, in ordine sparso: le stanze e i corridoi e gli angusti passaggi sembrano assumere maggiore plasticità e i personaggi sono meno immobili, c'è quella dose di azione in più di cui si sentiva la mancanza nel primo volume. La delicatezza con cui viene presentato il personaggio di Tito (che fino ad ora non conoscevamo, visto che al termine del primo libro il fanciullo aveva un anno appena), sempre in abbinamento con vedute aeree del castello e del monte, con tutti gli strapiombi mozzafiato e le terrazze abbandonate, certe fasi della presentazione hanno un'aura a dir poco poetica, e splendidamente malinconici sono certi brevissimi accenni ai fasti ormai trascorsi del mostruoso maniero. La magia con cui la voce narrante, attraverso gli occhi di Tito, ci fa vedere i colori, è chiaramente l'occhio attento di un pittore e illustratore, altro che bambino di sette anni. Ancor più poetico è il passaggio - a metà libro circa – dall'estate afosa al nevoso inverno.
Il riassuntino iniziale con tutti i personaggi nel primo volume è bruttino e posticcio, se ne faceva a meno. La traduzione che nel primo era briosa e scanzonata, qui tende un po' all'infiacchito: perde dei punti anche se alla fine ci si fa l'orecchio. La pletora di professori e altri starnazzanti figuri che affolla la scuola di Gormenghast è composta da vere e proprie macchiette, sia in senso positivo che in senso negativo: sin dalla prima scena in cui tutti loro vengono presentati nella fumosa aula professori, ho avuto la quasi certezza che la Rowling si sia ispirata da qui per la creazione di tutto il suo mondo "potteriano". Nel primo libro mi è venuto da tirare in ballo Martin, ora la Rowling: è doveroso riconoscere a Peake di essere il capostipite e l'ispiratore di una larga parte delle maggiori serie (letterarie e/o televisive) in voga negli ultimi anni.
Dopo aver letto la prima ventina di capitoletti (su un totale di ottanta) credo di aver iniziato a focalizzare il significato - o quantomeno uno dei possibili significati – di questa originale operazione compiuta da Peake. Operazione che Burgess, nella prefazione al primo volume, definiva come una cosa puramente estetica e scevra di possibili interpretazioni. (Tito è una persona normale: a parte i suoi straordinari occhi viola, che del resto qui non vengono nemmeno menzionati se non nell'ultimissima pagina, per il resto è un ragazzino normalissimo. Ecco cos'è che turbava così tanto l'aria del castello sin dal momento della sua nascita, nella prima pagina del primo volume. Se Doris Lessing, ne Il quinto figlio, prova a immaginare cosa succederebbe allorquando in una famiglia ordinaria e perbenino venisse alla luce una sorta di folletto, un essere di altri tempi e/o altri mondi, strambo e un po' maligno; allora l'esperimento di Peake è l'esatto contrario: cosa accadrebbe se in un mondo popolato di esseri strampalati, deformi e piuttosto maligni venisse alla luce una persona "normale"? La risposta è anche banale: costui cercherebbe di allontanarsi in ogni momento e con ogni mezzo). Ovviamente Peake ci ricama su, ci prende gusto (e con lui il lettore) e trasforma quel granellino di banalità nella più ricercata e manieristica perla. E nel ricamare stanze e corridoi e loggiati e balaustre, arriva al compimento della sua strampalata e sfilacciata trama facendola culminare nelle profondità più tenebrose del mostruoso castello, in una scena che veramente più dark non si potrebbe immaginare. Ed anche la scelta operata per l'ambientazione del finale (una colossale alluvione) è magistralmente lugubre e oscura e propedeutica al sipario di desolazione che l'autore farà calare sul celeberrimo castello. In questa storia, fatta dei due libri messi insieme, Tito entra come settantasettesimo Conte di Gormenghast e ne esce come una sorta di San Giorgio alternativo: questa formazione-trasformazione mi è piaciuta molto – insieme, ovviamente, alla strepitosa ambientazione – ed è per questo che non so se vorrò leggere anche il terzo episodio, mi sono affezionata alla sua leggenda e per ora mi fa piacere di lasciarla immobile lì dove ci siamo salutati.
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...anche se in nome della colpa cosa stiamo facendo lo sa solo il barbagianni. Comunque, andiamo!
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