lunedì 18 giugno 2018

Austerlitz - Sebald Winfried Georg

Altissimo livello sotto tutti i punti di vista: la prosa, la costruzione narrativa, la cultura dell'autore; ma la dose di digressioni su cui si basa tutto l'impianto è molto massiccia, forse un po' più di quel che il mio povero stomaco è in grado di digerire e assimilare. E' una lettura cupa e anche filo lugubre e angosciosa: questo, per quanto possibile, è da intendersi in un'accezione positiva, è il raggiungimento di un obiettivo, credo fosse esattamente questa la sensazione che l'autore voleva restituire con la sua opera.  

Sin dall'inizio c'è un'unica e lunga, ondivaga e ondeggiante digressione in perfetto stile Victor Hugo. E tuttavia non è difficile intuire che la voce narrante, alter-ego dell'autore, altro non sta facendo se non iniziare ad abbozzare e sagomare il ritratto del protagonista, come un abile disegnatore con un carboncino: si inizia con degli svirgoloni nero su bianco che apparentemente non vogliono dire nulla, ma poi piano piano l'immagine inizia ad emergere. Il personaggio che va di man in mano delineandosi è talmente strambo e originale che è veramente difficile provare per lui un'empatia tout-court, ma del resto è impossibile non sentire emozioni nei momenti culminanti del disvelamento della sua memoria, e altrettanto impossibile non sorridere a certe epifanie come quella delle voci notturne, che attraverso le onde radio avrebbero una loro vita notturna come i pipistrelli, o quella della lattuga che nell'orto, di notte, sogna levando lo sguardo alla luna. Austerlitz che osserva la vetrina del bazar, e vedendo gli oggetti spaiati e mal assortiti riflette su come questi rappresentino una sorta di congelamento del tempo, mi ha richiamato alla mente quando Victor, ne L'Oratorio di Natale di Tunström, guarda la vetrina dell'orologiaio e pensa che gli orologi con ore diverse sono tutti giusti. Il protagonista Austerlitz viene scandagliato talmente in profondità che viene da domandarsi se non sia anch'egli un alter ego dell'autore, se non vi sia in lui almeno una parte autobiografica: se così fosse, il libro sarebbe l'autore che racconta di sé stesso con una terza faccia di sé stesso. Anche quando la cornice all'interno della quale va a svolgersi il racconto inizia a farsi più definita, il moto ondoso di cui dicevo sopra procede comunque con costanza, al lettore non resta che orientare la propria prua e continuare a beccheggiare fino alla fine.  

Grande quantità di descrizioni, dissertazioni, digressioni e altrettanto grande la quantità di suggestioni che trasformano le campagne inglesi in una sorta di contea tolkieniana ma più cupa, e le stazioni e le chiese e le terme e tutti i luoghi pubblici in androni infernali tipo le scale di Escher. Fuori di dubbio che la stazione sia un elemento centrale di quest'opera: non soltanto dal punto di vista architettonico ma anche e soprattutto dal punto di vista del significato, il treno come simbolo del viaggio non solo nello spazio ma anche nel tempo. Visioni e allucinazioni del passato, del futuro, distopiche o utopiche. Immezzo a questa cascata di suggestioni per immagini, si riesce a cogliere abbastanza chiaramente il profilo di una patologia: attacchi di panico e depressione, a loro volta originati dalla negazione dei ricordi d'infanzia che tornano infine ad esplodere come in una pentola a pressione, attacchi che comunque non saranno mai del tutto sopiti e potranno casomai trovare solo momentanei sollievi.  

Direi che il tema principale del romanzo è un'avventura psicologica: il riemergere di ricordi talmente sopiti nell'inconscio o subconscio da non potersi nemmeno sospettare della loro esistenza. Ed in effetti è emozionante vederli riemergere come vestigia di un sito archeologico, dapprima sembrano bassorilievi e poi, di man in mano che vengono ripuliti dalla polvere del tempo, altorilievi e infine statue a tutto tondo.  
Spoilerando appena un poco si può dire che il protagonista, che appare all'inizio del libro completamente privo di qualsiasi memoria dell'infanzia e dunque privo di una certa parte di coscienza di sé, al termine dell'avventura avrà a suo modo ritrovato i genitori e una certa dose di ricordi: in questo senso la struttura basilare della trama si richiama abbastanza da vicino con quella de L'amico ritrovato di Uhlman. Però quello che manca qui è la redenzione: non c'è una liberazione, non c'è un sospiro di sollievo finale. L'autore sembra voler suggerire che, con quanto è accaduto durante la seconda guerra mondiale, con tale livello di orrore, un vero ritrovamento e una vera riconciliazione sono del tutto impossibili. C'è anche una vaga somiglianza con Treno di notte per Lisbona di Mercier: là si cerca di ricostruire la storia di uno sconosciuto, qui il protagonista cerca di ricostruire la storia di sé stesso, ma in effetti la cerca quasi come se fosse quella di un altro. Le due opere si assomigliano anche per l'intensità della ricerca filosofica.  

Tornando al "direi" iniziale: ho usato il condizionale perché il libro è fitto di tanti altri elementi e materiali e dunque limitarsi a descriverlo come storia di una vita o ricordi di una vita significherebbe sminuirlo di molto. C'è l'attenta e quasi spasmodica ricerca di un mondo trascendentale, una ulteriore dimensione oltre a quelle percorribili dello spazio e a quella relativamente conosciuta del tempo. Come dicevo sopra, la stazione ferroviaria assurge a simbolo assoluto del viaggio nello spazio ma anche e soprattutto nel tempo, come una sorta di stargate, diviene il punto privilegiato in cui passato e presente possono tentare di incontrarsi, il luogo migliore dove poter incontrare fantasmi, ancor più del cimitero.  

Concordo con chi ha osservato in questo testo un'eleganza da primi del Novecento, il che del resto si confà molto alle atmosfere rievocate, alle immagini fumose, alle foto in bianco e nero, anzi è un tutt'uno con la suggestione; ben strutturata anche la stratificazione temporale, e tuttavia la costruzione per discorsi indiretti a un certo punto inizia a diventare un po' troppo indiretta e il ripetersi del "il tale disse così, disse Věra, così mi raccontò Austerlitz..." finisce per diventare una sorta di mantra o di ritornello o di intercalare.  

La parte praghese della vicenda, che è quella in cui il protagonista farà le scoperte più significative e dunque quella in cui si disvela quel che più assomiglia a una trama,  è molto interessante e di atmosfera ma nel contempo è anche la parte più contorta, o per lo meno imprecisa. Del resto è un'opera che vuole essere fatta più di suggestioni e riflessioni che non di trama vera e propria. 

L'impianto fotografico contribuisce molto a sottolineare ed evidenziare i nodi cruciali del pensiero di Austerlitz e dei suoi punti di vista; del resto non è solo una scelta di stile, è parte integrante del racconto dal momento in cui vi si sostiene che le foto vivono una vita propria con ricordi propri, è nelle foto (oltre che nella stazione ferroviaria) che il passato continua a vivere nella sua dimensione. 

"...udii di nuovo Věra parlare dell'imperscrutabilità propria di foto come quelle, emerse dall'oblio. Si ha l'impressione, disse, che in esse si agiti qualcosa, ci sembra di udire lievi sospiri di disperazione […], quasi le immagini avessero anche loro una memoria e si ricordassero di come allora eravamo noi, i sopravvissuti, e di com'erano quegli altri che adesso ci hanno lasciato."  

"A mio giudizio, disse Austerlitz, noi non comprendiamo le leggi che regolano il ritorno del passato, e tuttavia ho sempre più l'impressione che il tempo non esista affatto, ma esistano soltanto spazi differenti, incastrati gli uni negli altri, in base a una superiore stereometria, fra i quali i vivi e i morti possono entrare e uscire a seconda della loro disposizione d'animo, e quanto più ci penso, tanto più mi sembra che noi, noi che siamo ancora in vita, assumiamo agli occhi dei morti l'aspetto di esseri irreali e visibili solo in particolari condizioni atmosferiche e di luce." 

Concludo gli appunti con un passo indietro: quando era uscito il film-documentario "Austerlitz" del regista Loznitsa (mi pare fosse il 2016) ero rimasta molto impressionata, sia in negativo per la forza delle immagini e sia in positivo nel senso che condivido fortemente la posizione che il regista esprime nel mostrare musei e luoghi dell'olocausto trasformati, loro malgrado, in una sottospecie di luna-park. Non mi era possibile, tuttavia, non avendo ancora letto il libro, comprendere il significato del titolo e capire a fondo a quale tipo di atmosfera e quale tipo di ricerca l'opera cinematografica intendesse rifarsi. Ora invece ho ben capito, e ho aggiunto così un importante tassello al mosaico.  

Nessun commento:

Posta un commento