Mentre imperversa la fase a gironi del mondiale di calcio Russia 2018, e orde di pallonari, telecronisti, giornalisti sportivi e commentatori improvvisati rimbalzano da una località all'altra, e i nomi delle città non possono non far pensare a quella che fu l'Unione Sovietica e ancora prima quel che fu l'Impero degli Zar, mentre impazza tutto questo io ho pensato bene di scorrazzare lungo l'antico impero seguendo una via più antica e più nuova al tempo stesso. Ho disegnato una cartina, nell'ultima pagina del libro, e l'ho usata sia per seguire l'itinerario del corriere dello Zar, sia per localizzare le città dove si giocano le partite.
Dicevo: una via più antica perché ambientata nel milleottocentosettantaerotti, più nuova perché uno come Jules Verne ha tutta l'aria di dover necessariamente tornare di moda. Con il fatto che lui stesso ha dichiarato - come si riporta anche nell'interessante brano di De Amicis che fa da postfazione - di non lasciarsi mai sfuggire né una pagina né un rigo che non fosse leggibile anche dai ragazzi, forse è stato un po' troppo rapidamente etichettato come letteratura per giovinetti e buona notte suonatori.
Al netto di tutte le doverose per non dire inevitabili contestualizzazioni, è una piacevolissima lettura: di intrattenimento intelligente, sempre onesto e sincero, in cui si percepisce che l'autore si meraviglia di per sé stesso per quel che sta immaginando davanti ai suoi occhi, e non cerca di stupire ad ogni costo il lettore con effetti speciali o mirabolanti statistiche. Una lettura magari ingenua nel senso di innata, ma mai puerile.
La trama romantica e avventurosa e stracolma di ideali, se da un lato può apparire scontata, è perché paga lo scotto di aver precorso tutti i tempi: ancora oggi i romanzi sono costruiti secondo questo identico schema, e a distanza di un secolo e mezzo non è difficile trovare trame ben più banali di questa. Per non dire delle sceneggiature dei film: lo schema degli inseguimenti, i protagonisti che se la cavano sempre per il rotto della cuffia, gli eventi che si complicano e vanno di male in peggio, la morte dell'amico del protagonista, la resa dei conti con duello finale tra buono e cattivo, hanno imparato tutto questo da Verne e in quasi centocinquant'anni gli sceneggiatori non sono poi stati granché capaci di aggiungergli qualcosa di nuovo. E ancora: l'aria ingenua con cui, mentre racconta del viaggio compiuto dal protagonista, ne approfitta per fare un po' di panoramica geografica-storica-social-culturale sui territori attraversati: di primo acchito sembra un approccio fin troppo didattico, eppure è lo stesso identico impianto su cui ancora oggi si basano a centinaia tra riviste, servizi giornalistici, programmi televisivi e quant'altro. Questo per quanto riguarda il presente romanzo, che ha un'ambientazione realistica, ma suppongo analoghe considerazioni si possano fare per i racconti con ambientazioni di fantasia: non a caso si identifica in Verne il padre della fantascienza.
Dall'altro lato, nulla vale quanto sentirsi raccontare l'ottocento in diretta: Verne ambienta il romanzo negli anni in cui scrive e ci restituisce immagini e atmosfere direttissime e nitidissime. Non solo per quanto riguarda natura e paesaggi ma anche e soprattutto per quanto concerne i mezzi di trasporto, le stazioni di posta, le strade e le ferrovie che ancora non c'erano ma per le quali esistevano i progetti e che si sapeva, di lì a poco, avrebbero preso il via.
I protagonisti sono bidimensionali e strettamente funzionali alla trama, ma grazie alla schiettezza della voce narrante è impossibile non affezionarcisi almeno un po', almeno quanto basta per arrivare a sapere come andrà a finire la storia.
Tre stelle e mezza: a suo modo vintage, per nulla demodé, ottima lettura da spiaggia, consigliato non solo per l'intrattenimento in sé ma anche per conoscere un tassello importante della storia di tutta la letteratura e tutto l'intrattenimento in generale.
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