martedì 5 giugno 2018

La Piazza del Diamante - Mercè Rodoreda

Solitamente si tende a identificare con i bambini la bocca della verità, la massima espressione di sincerità in quanto creature innocenti. Io trovo che questo sia inesatto, un bambino che sia in grado di parlare è già un essere giunto a un certo livello di complessità, ed è perfettamente in grado di affettare pose, eventualmente fingere e recitare e mentire se questo può agevolare il suo tornaconto o mitigare una punizione e/o una umiliazione. Gli esseri veramente puri e semplici sono solo gli sciocchi, quelli la cui semplicità sfocia nella stupidità.  
Un'amica di mia mamma aveva un figlio autistico. Entrambi i genitori hanno molto accudito il ragazzo e fatto tutto il possibile perché ricevesse sempre tutti gli stimoli e gli spunti che il suo cervello poteva essere in grado, anche solo per un poco, di assorbire. Con lui viaggiavano molto, e in occasione di uno di quei viaggi la madre cercava come sempre di entusiasmarlo: "Vedrai quante cose belle, vedrai come ci divertiremo, quando saremo là potremo fare questo, potremo fare quello...". In realtà in quel viaggio andò tutto storto, una pioggia torrenziale e una serie di altri disguidi lo resero uno di quei week-end memorabili per tale livello di disdetta. E all'ennesimo imprevisto, mentre erano sulla strada fradici di pioggia e stanchi morti, il ragazzo – memore delle parole della madre – con il suo sorriso pacato le chiede conferma: "Ci stiamo divertendo, mamma?". La disarmante voce della verità. 

Ecco, la protagonista di questo racconto non è autistica ma il suo essere sempliciotta rasenta effettivamente la stupidità; la sua incertezza nel trovare le parole adatte ad esprimere i propri sentimenti, anzi diciamo pure la sua inadeguatezza e insufficienza nel mettere a fuoco sentimenti e sensazioni umane, tutto questo insieme di carenze la rendono quanto di più simile vi possa essere alla voce della verità. Ho notato una certa qual somiglianza tra Natàlia/Colometa e Arturo della Morante: entrambi incapaci di comprendere appieno ed esprimere le proprie sensazioni. Così come il marito di Natàlia ha molti punti in comune con il padre di Arturo: entrambi ostentano forza per nascondere una debolezza più profonda.  

Ed è dunque con la voce semplice di Natàlia che l'autrice ci racconta di una vita nella Barcellona degli gli anni '30 e della guerra civile. Una storia limpida e cristallina, fatta di persone ma anche di case e di oggetti: agli occhi di Natàlia, una teiera o un imbuto smaltato o un nastro colorato o una conchiglia, sono come amuleti, sono catalizzatori di vita.    
Il cuore pulsante e magnetico del racconto è una faccenda seria, non ha nulla a che spartire con la frivolezza e la superficialità della voce narrante. C'è la frustrazione, c'è la guerra, c'è il baratro della miseria e della fame. Ha a che fare con l'ingenuità, certo, perché Natàlia è ingenua: una vittima ingenua. E l'ingenuità con cui questa vittima si sottomette alla vita è un tema quanto mai attuale, dato che oggi viviamo in tempi non meno difficili di quelli in cui è ambientato il racconto: magari più agiati, ma altrettanto difficili. Concordo con quanto era già stato scritto da altri nei panegirici: qui si dimostra il tema dell'annullamento. Il titolo fa riferimento al luogo in cui tutto ha avuto inizio: lui, da vero galletto, e forse anche in maniera un po' prepotente, la invita a ballare. E lei semplicemente accetta. Prima di quel momento, la giovinezza nella mente di lei è solo una indistinta foschia. E dal quel momento in avanti, la vita sarà per lei una sorta di assenza a sé stessa e annullamento del suo essere nel gorgo degli eventi che - come in ogni buon romanzo - è il vortice formato dalla vita di tutti i giorni ma anche dai contraccolpi che questa subisce a causa della Storia. 
E' un racconto in crescendo, e sostiene bene la tensione fino al finale ottimamente strutturato, con una chiusura dolceamara perché il lieto fine nella realtà non esiste, e tuttavia esiste la possibilità di scaricarsi un peso di dosso. Quattro stelle sicure, magari ripensandoci nei prossimi mesi potrebbero anche diventare qualcosina in più.   

"Le dissi che mi sarebbe davvero piaciuto passare una notte come quella che lei aveva passato così innamorata, ma che lavoravo a pulire uffici e a spolverare e a occuparmi dei bambini e tutte le cose belle della vita, come il vento e l'edera e i cipressi che bucavano l'aria e le foglia di un giardino svolazzanti qua e là, non erano fatte per me. Per me tutto era finito e mi aspettavano solo tristezza e grattacapi." 

"Mentre camminavamo per la strada tutti e tre, io mezzo e un figlio per parte, senza sapere perché mi salì da dentro un fiotto caldo di pena, e mi si incastrò in gola." 

"...così l'avremmo fatta finita e tutti sarebbero stati contenti, perché non facevamo male a nessuno e nessuno ci voleva bene." 

Nessun commento:

Posta un commento