Ho terminato la lettura giusto stanotte, mentre il libro veniva insignito del premio. Direi che sono state premiate le indubbie capacità dell'autrice: per la realizzazione di quest'opera sono state necessarie una notevole tecnica costruttiva e una imponente quantità di ricerca. Peccato che la godibilità del risultato finale non renda giustizia a tale mole di lavoro. Un romanzo atipico costruito più che altro con suggestioni, rievocazioni, ricordi di aneddoti, sensazioni, istantanee della mente. Un po' biografia, un po' racconto di quegli anni e di quel contesto che si svolge a partire dal pretesto della biografia. L'ho apprezzato, lo trovo scritto con una certa qual grazia anche un po' sofisticata, però non mi ha emozionata, non ha saputo far scattare quel tanto in più di empatia nei confronti dei protagonisti.
I piani temporali sfalsati, che si incastrano gli uni dentro gli altri come in una matrioska, sono costruiti con attenzione eppure non risultano facili e immediati da seguire come invece avviene, ad esempio, in Sebald o anche in Enìa, tanto per citare quelli che ho letto più di recente. Anche il periodare è molto strutturato, a tratti talmente arrotolato su se stesso da non essere più tanto ben chiaro chi sia il soggetto della frase.
Ho amato invece il modo suggestivo in cui il prologo mi ha rapidamente ricondotta alla Barcellona del '36, dove ero appena stata con il romanzo della Rodoreda: autrici e stili diversissimi, ma l'atmosfera ricostruita ha chiari tratti in comune.
E con stupore ho ritrovato una comunanza di atmosfere e scorci tra la terza parte, che si volge a Roma nel '60, e il romanzo di Zeichen La Sumera, il quale ha la medesima ambientazione.
Tornando alla Janeczek: si tratta di un romanzo improprio in quanto non racconta veramente, non mette le cose in ordine cronologico, ma si limita a rievocare immagini (non a caso è un libro che vuol parlare di due fotografi...) e ricostruire per suggestioni trasversali tra anni trenta e sessanta, tra il passato e il presente di coloro i quali rievocano, ripensano la figura di Gerda Taro. Dunque, una struttura volutamente fumosa, approssimativa, frammentaria, anche incompleta: può piacere o meno, ma è fuori dubbio che la cosa sia voluta dall'autrice ed efficacemente ottenuta.
E con la stessa efficacia il lavoro di ricerca delle fonti storiche - negli archivi, nelle università, nei luoghi realmente frequentati dalla protagonista - risulta sapientemente diluito con l'invenzione dell'autrice stessa, la mescolanza viene proposta nelle giuste dosi e rende scorrevole la lettura, e tuttavia non basta ancora per far sentire davvero il lettore come parte di un qualcosa.
Di man in mano che procede con il tratteggio, l'autrice arriva a fare anche una buona ricostruzione del fermento politico e culturale dell'epoca in Francia e in Germania.
L'aspetto più succoso dell'opera, comunque, non è tanto quello legato alla biografia di Gerda Taro e Robert Capa, quanto l'analisi di quel profilo, di quel prototipo di personalità (individuabile in questo caso in Gerda) come è capitato a tutti di incrociarne almeno una volta nella vita: di quelle persone carismatiche e attrattive come calamite, volitive, forti eppure fragili al tempo stesso, che non mettono alcun impegno per piacere agli altri eppure piacciono sempre a tutti, o in alternativa suscitano invidia. E come diretta conseguenza, l'analisi dei tipi di reazioni che personaggi di tale calibro suscitano in coloro che stanno attorno: partner, spasimanti, amici, familiari.
L'epilogo, che si propone come un qualcosa di speculare al prologo, perde invece del tutto quell'aria evocativa e diviene più strettamente saggistico e documentaristico, e mi ha lasciata così con un po' di amaro in bocca. Pur riconoscendo tutto il valore del lavoro svolto, resta il fatto che il piacere della lettura non trova in questo romanzo la sua massima soddisfazione.
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